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Kabul, fine ingloriosa di una conquista inutile

Kabul, fine ingloriosa di una conquista inutile

02 Settembre 2021, 08:36

Quando martedì sera il presidente Usa, Joe Biden, si è rivolto  alla Nazione in un discorso surreale nei toni, ma, nonostante tutto, fondamentalmente corretto nell’analisi, sapeva benissimo di trovarsi di fronte a un compito improbo per una persona non abituata a spararle grosse o ad avere come il suo predecessore, Donald Trump, una «visione alternativa dei fatti», secondo la stupenda definizione data da Kellyanne Conway, allora la principale esperta di comunicazione del tycoon, del modo di ragionare dell’ex presidente. 


Eh sì, perché ci vuole una bella faccia tosta a definire la caotica missione di evacuazione dall’Afghanistan «un successo», non fosse altro per il fatto che sono morti 13 soldati americani (le  uniche vittime in tutto il 2021 e negli ultimi mesi del 2020) e centinaia di afghani per l’attentato, tanto prevedibile da essere dato per certo, da parte dei jihadisti dell’Isis-K. Per non parlare delle migliaia di persone a cui era stata promessa una via d’uscita e che sono state lasciate a terra. Certo, dal punto di vista logistico, il ponte aereo, pur messo in piedi in fretta e furia, è stato un’impressionante dimostrazione di potenza. Ma, dal punto di vista logistico, alla fine anche Dunkerque  

è stata un successo, eppure Winston Churchill, un altro che con la comunicazione ci sapeva fare, pur parlando di «spirito di Dunkerque», quello per cui si reagisce con forza alle situazioni più disperate,  ricordò con sobrietà che «le guerre non si vincono con le ritirate». Però, i fatti, così spudoratamente falsificati nella prima parte del discorso di Biden, ci aiutano a capire la razionalità delle decisioni prese dal presidente americano. Perché, in effetti, l’occupazione dell’Afghanistan aveva da anni perso di senso. Se mai l’aveva avuto.  L’obiettivo principale per l’invasione Usa nel 2001 era infatti quello di fare terra bruciata attorno ad Al Qaida e a Osama bin Laden, cioè alla mente dell’11 settembre e alla sua organizzazione. 

I talebani, del resto, erano  una parte del variegato gruppo di «combattenti per la libertà» che avevano combattuto la guerra per procura  contro i russi che avevano invaso l’Afghanistan e imposto  il governo di Mohammad Najibullah Ahmadzai (sempre un pashtun, certe cose non cambiano mai). Insomma, per dirla tutta, i talebani originariamente sono stati aiutati dai servizi segreti pakistani e dalla Cia e più in generale dagli Stati Uniti.  E a nessuno importava che avessero un’interpretazione, diciamo, estrema della sharia. Sono diventati pericolosi quando hanno dato riparo ad Al Qaida che, del resto, è nata  da una costola del movimento jihadista internazionale nato in solidarietà rispetto all’invasione sovietica di Kabul. 
Bin Laden, però,  è stato ucciso il 2 maggio del 2011, cioè più di 10 anni fa. E neppure in Afghanistan, ma in Pakistan ad Abbottabad, città che, ironia della sorte,  deve il nome a James Abbott, un ufficiale inglese che fu uno dei principali artefici del «Grande gioco», quella guerra di spie e di influenza tra Inghilterra e Russia che si svolse nell’Asia centrale durante il XIX secolo e che aveva come posta il dominio dell’India. Quindi perché rimanere in Afghanistan?

E proprio qui Biden ha avuto gioco facile dicendo che il terrorismo di matrice islamista ormai ha prodotto metastasi in tutto il mondo e quindi va combattuto senza occupazioni territoriali - difficili e costose in termini monetari e di vite umane -, ma piuttosto con l’intelligence e con azioni mirate, magari con droni come accade sempre più spesso. Naturalmente dando per scontato che l’idea dell’esportazione della democrazia attraverso azioni militari sia del tutto balzana. Il che non è probabilmente vero, ma questo è un tema troppo complesso per parlarne in un editoriale di poche battute. Giova però ricordare che gli Stati europei che, dall’alto di una percepita superiorità morale, tanto si lamentano della perdita di diritti da parte degli afghani sono gli stessi che stanno pensando di «aiutarli a casa loro», cioè in campi profughi in Pakistan e Iran, che non sono esattamente Stati famosi per il rispetto della dichiarazione dei diritti dell’uomo. 

Alla fine quindi cosa resta? Resta l’Afghanistan eterno dove il potere viene condiviso tra litigiose strutture claniche, fieramente nazionalistiche, ma fieramente autonome una dall’altra. Dove, tra l’altro, la lealtà al clan viene prima di ogni cosa, anche in termini di alleanze. Come recita un antico detto «non puoi comprare un afghano, perché la lealtà non è in vendita. Tuttalpiù puoi affittarlo». E probabilmente il contratto di locazione stipulato con gli Stati Uniti era scaduto.

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