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Un'occasione da non sprecare

Un'occasione da non sprecare

di Paolo Ferrandi

30 Ottobre 2021,08:36

Se esiste un format di incontri tra i grandi della Terra capace di declinare l’importanza dell’approccio multilaterale alla diplomazia questo è il G20, che è molto più eterogeneo del G7 che ha un baricentro atlantico – l’unico paese asiatico è il Giappone – e decisamente occidentale, visto che la Russia ormai non viene nemmeno più invitata come ospite e la Cina non ne ha mai fatto parte.
 È vero che neppure il G20 è completamente rappresentativo della diversità del mondo, visto che l’unico paese africano presente è il Sudafrica e che l’America latina è rappresentata solo da Messico, Brasile e Argentina, ma almeno sono presenti Cina e Russia e l’India,  che è un gigante tra i paesi emergenti.

 E non si possono dimenticare la Corea del Sud che ha un’enorme potenza economica, la Turchia e il suo ruolo di influenza geopolitica e militare nel Medio Oriente e l’Indonesia che a noi pare lontanissima, ma che è il paese musulmano più popoloso del mondo e che assumerà la presidenza del consesso dopo l’Italia.

Insomma, si tratta di un summit molto rappresentativo, ma anche estremamente eterogeneo e in questo sta la sua forza e la sua debolezza. Prendiamo il tema forse più importante in agenda, quello della crisi climatica a cui si sta cercando di porre rimedio in vista della vera e propria prova finale nella Cop26 di Glasgow che si sta per aprire. A parole gli obiettivi  sono chiari – già definiti dall’Accordo di Parigi –  e  non dovrebbero esserci troppe discussioni. Se la somma dei tagli nazionali sarà consistente, si potrà mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 2 gradi dai livelli preindustriali (l'obiettivo minimo di Parigi), o anche al di sotto di 1,5 gradi (l'obiettivo massimo). Se il taglio sarà modesto, il riscaldamento supererà quel limite, e dovremo affrontare desertificazione ed eventi meteo estremi (come quello che sta sconvolgendo in queste ore la costa occidentale della Sicilia), col corollario di guerre, fame e migrazioni.  Se rimaniamo ai livelli attuali, il riscaldamento arriverà a circa 2,7 gradi in più, quindi, anche senza aumentare le emissioni, stiamo andando incontro a problemi molto seri.

Ma poi entrano in gioco gli interessi nazionali e allora le cose si complicano. Gli stati più ricchi e industrializzati (Usa, Ue, Giappone, Gran Bretagna, Canada), quelli che possono permettersi ingenti investimenti per la decarbonizzazione, negli ultimi tempi si sono impegnati a tagli più consistenti delle emissioni. L’Unione europea punta a una riduzione del 55% al 2030. Il problema è che non è detto che ci riescano. Uscire dalle fonti fossili richiede tempo e investimenti enormi, anche per le economie avanzate. Le lobby del carbonio sono sul piede di guerra e molti lavoratori temono di perdere il proprio posto di lavoro. In più c’è il problema dei prossimi anni, in cui non c’è abbastanza energia da fonti rinnovabili e c’è scarsità di fonti fossili pregiate – perché pur emettendo anidride carbonica sono più pulite – come il metano. E il nucleare è una fonte verde perché non emette anidride carbonica o è una fonte sporca perché il problema delle scorie ad alta intensità è di difficile – forse impossibile – soluzione? Senza considerare il fatto che  è una tecnologia duale e può alimentare una pericolosissima corsa agli armamenti atomici.
 
Ma il problema maggiore sono le economie emergenti. Cina e India, pur investendo fortemente sulle rinnovabili, sono restie ad abbandonare rapidamente petrolio e carbone, per non rallentare il loro sviluppo. La Cina, manifattura del mondo, è anche il primo emettitore di gas serra, con oltre dieci miliardi di tonnellate all’anno. Gli Stati Uniti sono i secondi con 5.285 milioni di tonnellate, l’India terza con 2.616. Se i paesi emergenti non tagliano drasticamente le emissioni, gli sforzi dei paesi ricchi servono a poco (la Ue produce solo l’8% dei gas serra). Pechino ha preso un impegno generico ad arrivare a zero emissioni nel 2060, New Delhi neppure quello. E così sembra che i cattivi siano loro. 

Però se si vanno a vedere i consumi pro-capite le cose cambiano: la Cina produce molti gas serra, ma è anche di gran lunga il paese con più abitanti al mondo e se si spalma il terzo posto dell’India tra gli emettitori sui quasi un miliardo e 400 milioni di indiani si vede che  chi, a livello pro-capite, consuma moltissimo – il cittadino medio dei paesi del G7, per dire – non può certo fare la morale a questi giganti che stanno affrancando i loro cittadini dallo stato di povertà. E non abbiamo ancora parlato dei Paesi produttori di fonti fossili, per esempio Russia e Arabia Saudita, che hanno tutto l’interesse a rallentare la corsa verso l’uscita dall’utilizzo delle fonti energetiche più tradizionali.

Come si vede la situazione deve essere risolta con urgenza, ma è estremamente complessa  e quello che uscirà dal G20 e dalla successiva conferenza Cop26 di Glasgow sarà sicuramente un compromesso, un «bla, bla, bla», direbbe Greta Thunberg, con l’impazienza dei suoi anni.  Però è con i compromessi che si governa un mondo multipolare. E speriamo, comunque,  che sia il migliore dei compromessi possibili perché la crisi climatica è reale.
 

© Riproduzione riservata

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