Il governo di Mario Draghi affronta due importanti sfide dell’economia e della società italiana, sfide che vengono evocate continuamente, ma anche continuamente “equivocate”, ossia mal interpretate e mal comprese, così da produrre danni sistemici ormai da molti anni.
Il primo danno è quello che deriva dall’opinione per cui l’Italia sia destinata ormai a un futuro di de-industrializzazione e di terziarizzazione non virtuosa e inevitabile della sua economia e quindi della sua stessa composizione sociale. Il lavoro dipendente non solo sarebbe destinato a diminuire, ma ad aggrumarsi nei reticoli di un commercio e di un turismo arcaici, al fianco di una agricoltura residuale e a una industria media e piccola - artigiana - che avrebbe perduto ormai ogni ruolo di motore della possibile crescita.
L’evidenza empirica di questa teoria sarebbe quella della costante discesa ormai trentennale della nostra produttività, segnale e insieme destino di un mondo economico sociale post- industriale inefficiente e inefficace a cui siamo inevitabilmente destinati. È una teoria fondata non sui «dati giusti», ma piuttosto sui cosiddetti big data (troppi dati e di scarso significato euristico).
La spesso dimenticata ricerca teorica più raffinata dimostra invece il contrario. Le imprese artigiane piccole e medie fanno registrare tassi sempre migliori di capacità non solo di resistenza e flessibilità, ma di incorporazione virtuosa della tecnologia di cui si dispone ancora dopo tanti anni da quella conquista dello spazio che ha generato le catene di ondate tecnologiche che si riprodurranno di nuovo quando non solo il capitalismo liberale nord americano, ma anche quello burocratico dittatoriale cinese si lanceranno con ancor più vigore nella nuova conquista della spazio verso Marte.
La carenza di produttività di cui l’Italia soffre non è carenza di produttività d’impresa ma carenza sistematica di quella che un tempo si identificava (quando esisteva ancora la scienza economica e non ci si fondava per comprendere il mondo solo su qualche formuletta algebrica e neppure quantica) con la Total Factory Productivity, ossia la produttività totale dei fattori, che deriva, insomma, dalla scarsità non tanto delle infrastrutture ma dalla loro assente intermodalità logistica, trasportistica, commisurata alle necessità sia delle libertà di movimento e di sicurezza nel movimento sia sulle necessità delle imprese di non dover sopportare i costi che pesano su di esse per le diseconomie esterne.
Da questa consapevolezza controcorrente devono derivare politiche economiche diverse da quelle perseguite in questi ultimi trent’anni, dall’inizio degli anni Novanta del Novecento a oggi, non ripetitive sotto altre forme di quelle passate. E qui giungiamo all’altro grande problema e al grande malinteso con cui il governo Draghi già si è dovuto confrontare. Il nostro vocabolario politologico e quindi anche dell’analisi spicciola della politica che ogni giorno si dipana nell’etere e nella carta stampata, legge il mondo della politica con occhiali ormai inservibili per capire la profonda trasformazione avvenuta nella circolazione delle classi politiche. Mi riferisco al fatto che i partiti storicamente datisi nell’Europa tutta, così come si formarono nel secondo dopoguerra dopo le terribili prove della seconda guerra mondiale e poi con la fine della guerra civile europea, ossia la guerra fredda, e ancora di seguito con la disgregazione sociale e cultura provocata dalla sregolazione della finanza, ebbene, quei partiti storici non esistono veramente più.
Ciò che chiamiamo partiti sono, invece, gruppi di interesse compositi e peristaltici in continua mutazione per la ricerca di risorse personali, più che di quelle tipiche delle comunità di destino. Essi sono creati e di fatto diretti da un personale che vive la politica come un’avventura imprenditoriale di se medesimo e di gruppi di fedeli che lo circondano. Esistono di ciò esempi evidentissimi che si disvelano addirittura con interviste che sono esplicite di tali legami sulla stampa quotidiana. Essi trovano tali risorse spesso dalle dazioni di nazioni estere che tramite tali aggregazioni di piccoli gruppi cercano di esercitare quella nuova forma di «relazione estera» chiamata soft power. Relazione che confina con la corruzione vera e propria del personale di codeste aggregazioni.
Certo esse si sottopongono alle forche caudine del gioco parlamentare, ma con esiti ogni volta diversi perché innumerevoli sono le variazioni di atteggiamento verso i problemi internazionali e nazionali a cui sottopongono i loro volatili elettori. I quali non a caso sempre più li abbandonano rapidamente, con conseguenze nefaste sulla cosiddetta partecipazione politica che è infatti quasi scomparsa dall’agone della lotta sono solo delle idee, ma anche della stessa tattica parlamentare.
La politica non gode più di quell’insediamento territoriale che è la natura costituente di tutti i partiti politici nel mondo. In Europa solo la Germania sfugge a questo destino e la Francia, di contro, è la nazione che più ne soffre, con la Spagna, ancor più di quanto non accada in Italia. Cosicché è sempre più improprio ragionar di «classi politiche»: circolano dei gruppi o «dei quasi ceti», come li chiamava Paolo Farneti; ma per ora fermiamoci qui per non farci venir il mal di capo. Per questo il cammino di Draghi è pieno di insidie. Le sue politiche devono fondarsi su una immagine reale e non distorta del contesto economico-sociale italiano ed europeo. Qui è il vero rinnovamento da compiersi.
Bisogna iniziare a comprendere che occorrono nuove bussole per navigare in nuovi mari. Non ci si può limitarsi a porre i tecnici contro i politici e viceversa, quando proprio in Draghi queste novità della politica trovano una loro interpretazione tanto dignitosa da suscitare, grazie ai ruoli internazionali di pontiere tra Ue e Usa ch’Egli ha sempre esercitato sin dall’inizio degli anni Novanta del Novecento, inedite speranze. Anche su questa particolarità personali dell’Uomo risiedono infatti molte delle nostre speranze. Perché la speranza è l’ ultima a morire, come si dice.
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