«Governare gli italiani non è difficile. È inutile». Forse non aveva torto l’uomo politico autore di questo fulmineo aforisma che sintetizza il rapporto sempre problematico tra gli amministratori della cosa pubblica e noi cittadini. L’esempio paradigmatico dell’incapacità del nostro Paese a darsi regole chiare, precise e poi rispettarle è in corso da mesi e mesi. È la stagione del «coronavirus» e del «covid», i giorni delle mascherine e dei guanti, del rifiuto di chiudere locali pubblici, poi dopo tre giorni gridare che è assolutamente necessario, salvo convincersi nel giro di quarantotto ore dell’assoluta esigenza di riaprire a precise condizioni. Obbligo di mascherina e «distanziamento sociale», niente cinema e spettacoli al chiuso, tenere il prossimo lontano almeno due metri, otto metri la distanza tra un ombrellone e l’altro, vedette di guardia nei luoghi pubblici muniti di misuratori di febbre con licenza di rispedirti a casa se la tua temperatura supera i 37,5 gradi. E le mascherine e i guanti? Un grande affare di miliardi, nel giro di poco tempo ne accumuli decine, c’è chi le tiene in macchina nel cruscotto, e chi la porta al polso, chi sempre al collo a immediato uso di foulard igienico-sanitario, c’è chi la tiene sempre e sollecita a gesti l’interlocutore sprovvisto a fare altrettanto. Comoda è la mascherina anche come fazzoletto dentro il quale sternutire. E’ uno strumento utile? Certo non decisivo ma rassicurante. Il problema è che per essere efficace andrebbe cambiata ogni volta che la si toglie, cosa che capita spesso, perché dialogare tra imbavagliati non è semplice. Attenzione poi a non gettarla nei cestini dei rifiuti, ma nella spazzatura «indifferenziata». Poi c’è l’indotto dei liquidi sanificatori pronti con il loro beccuccio a purificarti le mani, il che ha ridotto l’uso dei guanti, anche perché la stretta di mano è fuorilegge e ai saluti ci si toccano i gomiti, un gesto da ridicolo balletto che avrebbe scatenato l’inventiva di un Totò.
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