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Una riforma della giustizia che non risolve proprio nulla

Una riforma della giustizia che non risolve proprio nulla

02 Agosto 2019, 13:13

Arenata sulle secche delle «successive intese» (la formula con la quale si è chiuso, a tarda notte, il consiglio dei ministri di mercoledì 31 luglio), la riforma della giustizia di Alfonso Bonafede difficilmente sarà riesumata, almeno in tempi brevi. 
Francamente, non ci abbiamo rimesso nulla. Anzi, se lo stato dell’arte rimarrà tal quale è oggi, la prescrizione biblica introdotta dal decreto «spazzacorrotti» - che dovrebbe entrare in vigore a fine anno insieme alla riforma potrebbe rimanere anch’essa tra le cose incompiute.
In fondo, la visione a 5 Stelle della giustizia, almeno per il ministro Bonafede, costituisce una regressione verso un giustizialismo senza giustizia (come tutti i giustizialismi). Del resto, uno dei teorici della tendenza ha sostenuto e sostiene che gli italiani sono tutti colpevoli. Coloro che sono a piede libero, con la fedina penale e i carichi pendenti immacolati, lo sono solo perché non sono stati ancora scoperti.
Vediamo da vicino cosa ci siamo perduti col salvo successive intese.  L’imposizione per legge della tempistica dei processi: tre  anni il primo grado, due l’appello, uno  la Cassazione, in totale sei anni. È come se l’università, di fronte al fenomeno dilagante dei fuori-corso, allungasse gli anni di studio, senza toccare i relativi programmi. I sei anni di Bonafede manterrebbero all’italico rito il record europeo della lentezza. 
E non s’è spesa una parola sulla razionalizzazione dei procedimenti.
Norme restrittive per i magistrati in politica non coerenti con il dettato costituzionale (che non consente di punire coloro che, magistrati o pubblici dipendenti, intendano affrontare la carriera politica che, in teoria, è lo svolgimento di attività d’interesse generale). 
Quanto al Csm, investito di recente dalla tempesta Palamara, si vorrebbe passare da un’elezione diretta a un‘elezione nell’ambito di rose di magistrati scelti per sorteggio. Riflettendoci, un’accentuazione del correntismo con sicuri profili di incostituzionalità (esposti anche dall’Anm).
Non si affronta, infine, il nodo dei nodi: la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti. Prima o dopo dovremo renderci conto che questo è il sistema vigente nell’Unione: se e quando andrà avanti l’unificazione dei sistemi giudiziari sarà fatale introdurla.
Insomma, ha ragione chi definisce il testo di Bonafede acqua fresca nel senso che con esso non si risolverebbe nessuno dei problemi sul tappeto.
I capienti archivi del dipartimento legislativo di Palazzo Chigi si sono, perciò, accresciuti di un altro, ennesimo file, destinato a rimanere in stand by.
Qualcuno dirà: «Tanto tuonò per nulla». 
Ma non è così: le divisioni nel governo si accentuano settimana dopo settimana. Il punto di rottura, non ipotizzabile oggi, comunque si avvicina.

www.cacopardo.it 

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