Se non fosse che il Venezuela è da mesi nel caos istituzionale, economico e sociale - con black-out continui dell'energia elettrica, violenza sempre più diffusa e carenza di cibo e medicine che rendono sempre più difficile condurre una vita normale - si potrebbe dire che da martedì scorso è stato raggiunto il punto di non ritorno.
Il giovane leader dell'opposizione, Juan Guaidó - che è stato proclamato presidente dal Parlamento - ha dichiarato di avere l'appoggio delle Forze Armate e che era pronto a deporre il presidente eletto - in elezioni sulla cui legittimità ci sono molti dubbi - Nicolás Maduro. Ma l'appoggio delle Forze Armate alla fine non è arrivato. O almeno non nella misura sperata o concordata. E così si è tornati al tentativo di spallata dal basso con uno sciopero generale che dovrebbe diventare - sempre nelle intenzioni - sempre più massiccio con il passare dei giorni. Maduro e i chavisti, dal canto loro, minimizzano l'impatto dei militari schierati con Guaidó e continuano comunque ad avere - o perlomeno a mostrare di avere - ancora un discreto supporto popolare. Ci sono poi Stati Uniti e Russia - con l'auto dei rispettivi alleati regionali - che tramano nell'ombra per aiutare l'opposizione o il regime. Insomma, un caos totale, in cui l'unica certezza è il numero dei morti che sale con il passare delle ore: ieri altri due adolescenti hanno perso la vita in quella che ormai è una guerra civile a bassa intensità.