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La storia dell'Europa unita, una fiaba di principesse e draghi

La storia dell'Europa unita, una fiaba  di principesse e draghi

di Franco Mosconi (Università di Parma)

09 Maggio 2019, 14:21

Negli anni Cinquanta del secolo scorso, quando partì il processo di costruzione dell’Europa unita, il livello di ricchezza dei cittadini europei (Pil pro capite) era poco più del 40% di quello dei cittadini americani. Grazie al ruolo giocato dalle prime istituzioni comunitarie, capaci di affermare pace e prosperità, la rincorsa cominciò a dare i suoi frutti - copiosi nei primi decenni - fino a portare il nostro Pil pro capite al 70% del livello americano agli inizi degli anni Ottanta. Da allora, l’Unione europea (Ue) lì si è fermata, benché non siano mancati – nei decenni successivi – i passi in avanti sul terreno dell’integrazione.

Vi sono, dunque, più motivi per celebrare in questo giorno, 9 maggio, la Festa dell’Europa in ricordo della Dichiarazione Schuman oppure, al contrario, vi sono più motivi per guardare a questa giornata con scetticismo?
Sarebbe bello poter rispondere a questa domanda in maniera tranchant, ma il bianco e il nero non sempre si addicono alla spiegazione dei fenomeni socio-economici; anzi, quasi mai giacché sono fenomeni che toccano nel profondo la vita delle persone, come singoli e come parte di una comunità. Lo stesso Pil pro capite, che resta l’indicatore più preciso che a tutt’oggi abbiamo a disposizione per misurare il benessere materiale di una popolazione, non può raccontare – da solo – tutta la storia dell’integrazione europea. C’è un livello superiore, sovraordinato: «Noi cittadini dell’Ue siamo, per nostra felicità, uniti».
Sono le bellissime parole della Dichiarazione di Berlino, adottata il 25 marzo 2007 dai capi di Stato e di governo dell’Ue in occasione del 50esimo anniversario della firma dei Trattati di Roma. Ricapitolando: a Parigi, fra il 1950 e il 1951, con la Dichiarazione Schuman e la conseguente istituzione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Ceca), nasce l’Europa unita a Sei. Pochi anni dopo a Roma, sempre per iniziativa dei sei paesi fondatori, nascono la Comunità economica europea (Cee) ed Euratom. Dopo le difficoltà degli anni Settanta, fra gli anni Ottanta e Novanta, con Jacques Delors presidente della Commissione europea, viene completato il “mercato unico” e approvato il progetto di “unione economica e monetaria”. 
Ebbene, col primo si affermano la quattro libertà di circolazione (beni, servizi, persone, capitali), mentre col secondo si pongono le basi per la nascita – il 1° gennaio 1999 – della moneta comune, l’euro. Nel 2004, con Romano Prodi presidente della Commissione di Bruxelles, l’Ue – divenuta strada facendo a Quindici – compie lo storico allargamento a Est. Meno fortuna ha avuto un altro programma lanciato sempre in quegli anni: la Strategia di Lisbona volta alla modernizzazione dell’economia europea, strategia poi ripresa con Europa 2020.
La storia dell’Europa unita è – per dirla con l’immagine evocata da Chiara Zilioli (Banca centrale europea) sabato scorso all’Università di Parma – una «fiaba di principesse e draghi». Le prime hanno il volto della «prosperità e della pace che si sono affermate negli ultimi settant’anni, e della protezione della democrazia e dell’ambiente che l’Europa oggi promuove in tutto il mondo»; i secondi, invece, ci ricordano le «guerre che nei secoli (millenni) precedenti hanno dilaniato il Continente europeo e le nuove sfide nei settori della sicurezza, dell’immigrazione, del mantenimento della cooperazione internazionale per assicurare un futuro migliore per tutti».
Come andrà a finire, possiamo ora domandarci? Finirà come nelle fiabe che leggiamo ai nostri figli dove trionfa sempre il bene, i draghi vengono sconfitti da valorosi cavalieri e le principesse vivono felici e contente?
Certo, i problemi e le incognite lungo il cammino, nel prossimo futuro, dell’integrazione europea non mancano, ma è d’altro canto vero che molto è stato costruito; moltissimo nel campo dell’economia: «un mercato, una moneta». La principale storia di successo è, per giudizio condiviso, il mercato unico, che con più di 500 milioni di abitanti è il più grande del mondo ed è molto di più una (semplice) area di libero scambio come, ad esempio, il Nafta fra Canada, Stati Uniti e Messico. Da noi vi è la piena libertà di circolazione dei fattori della produzione, che è alla radice della straordinaria crescita – negli ultimi tre decenni – del commercio intra-Ue. L’economia emiliano-romagnola, una delle più aperte su scala nazionale ed europea, è un eccellente caso: degli oltre 60 miliardi di export del 2018, circa il 60% ha avuto come mercati di destinazione gli altri paesi dell’Ue e, in primis, gli altri due grandi dell’Eurozona (Germania e Francia). I legami che tengono assieme le economie dei paesi europei vanno poi al di là dei flussi commerciali di import/export, e riguardano gli investimenti diretti esteri (Ide). Anche sotto questo profilo la Via Emilia è un caso assai significativo rappresentando un vero e proprio crocevia di questi investimenti sia in entrata sia in uscita: Audi-Volkswagen a Bologna, Crédit Agricole a Parma, le aziende emiliane del packaging in Germania sono soltanto tre dei tantissimi esempi che si possono citare.
Più problematica la seconda storia, l’euro. La crisi dei debiti sovrani del 2010-2012 ha rivelato alcune pesanti debolezze nel disegno stesso dell’unione monetaria. Ne ha parlato nei giorni scorsi Paul De Grauwe (London School of Economics) proprio qui a Parma ove ha tenuto una lezione su invito del Collegio Europeo. La mancanza, soprattutto quando si verificano shocks in uno o più paesi, di politiche macroeconomiche di stabilizzazione a livello sovranazionale è la principale di queste debolezze: mentre la politica monetaria è stata trasferita alla Bce di Francoforte, la politica fiscale e di bilancio è rimasta gelosamente nelle mani degli Stati-nazione. Il successo di lungo periodo dell’Eurozona dipende dunque dal processo di “unificazione politica”, ma è proprio la volontà di procedere in questa direzione – ha concluso De Grauwe – ciò che manca all’Europa d’oggi.
Che l’odierna Festa dell’Europa e le imminenti elezioni per il Parlamento europeo servano a riprendere il cammino; sì, anche con piccoli – ma continui – passi in avanti, come è sempre stato dai trattati di Parigi e Roma in poi. Alla fine di ogni fiaba, tutti restiamo affezionati alle principesse e ai loro cavalieri.
FRANCO MOSCONI
Professore di Economia industriale, 
Università di Parma e Collegio Europeo
 
 

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