EDITORIALE
Mentre il nuovo governo della Germania entra nel pieno delle sue funzioni, è netta l’impressione che la cultura politica e sociale tedesca sia in fermento e che si muova in diverse direzioni.
La prima -la più scontata- è che il nuovo governo cambia una tradizione consolidata di alleanze, magari controvoglia, tra democristiani e socialdemocratici. La signora Merkel lascia un’eredità di grande stabilità politica, di mediazione tra le
differenti ali dei partiti, di rigore finanziario della destra e di sostegno sociale della sinistra.
Nelle elezioni del 2017 lo slogan della Merkel era: “La Germania è un paese dove si vive bene e felicemente”. In effetti la Germania è un grande paese, 83 milioni di abitanti, con un elevata percentuale di immigrati integrati (un quinto della popolazione), ricca (con un reddito medio superiore alla media europea), con confini aperti ai suoi 9 paesi confinanti, con una delle economie più aperte al mondo.
Al suo interno, senza contrapposizioni politiche in stile Brexit o polarizzazioni americane.
Peraltro negli ultimi 15 anni sono stati caratterizzati da cambiamenti epocali che hanno investito in pieno la società tedesca.
Si era partiti con la crisi finanziaria del 2008-09, con serissime implicazioni per il sistema bancario tedesco (che è un sistema finanziario banco-centrico), di cui la crisi della Deutsche Bank è l’esempio. Poi nel 2011 l’incidente nucleare in Giappone, con la decisione del Governo tedesco di cancellare i progetti di energia nucleare e di progressiva chiusura di quelli esistenti. Nel 2015 l’apertura del paese ad un milione d’immigrati siriani, per arrivare alla crisi del Covid-19, e nella prospettiva a medio termine dei problemi connessi al cambiamento climatico. Ora, come assecondare le aspettative crescenti degli elettori tedeschi, considerata la complessità della società tedesca, e la sua diversificazione nei vari settori: economici, sanitari, delle infrastrutture, delle pensioni? Quale progetto politico: quello di moderare le aspettative? Quale rapporto tra aspirazioni che emergono dal basso e ambizioni della fascia più elevata della società?
La società tedesca -è stato ampiamente documentato- ha da sempre dimostrato di «soffrire la modernità», nella piena tradizione del romanticismo tedesco, che induce persino a respingere (sul piano filosofico) l’uso dei vaccini, perché “contro-natura”.
I Tedeschi “vivono male” le contrapposizioni della modernità: tra razionalità anglosassone e appartenenza identitaria, tra i valori ereditati e le ibridazioni della modernità. Il governo congiunto delle dinamiche della modernità preservando la tradizione comportano velocità diverse: negli affari di un’economia aperta, nella gestione della pubblica amministrazione, nell’evoluzione della società civile. Se tutto accelera, questo com’è compatibile con una società che resta culturalmente ferma?
Ma la sfida più grande per i Tedeschi riguarda il futuro dell’Europa, in cui la Germania risiede evidentemente al centro. La contrapposizione della prospettiva è radicale. Un’Europa federale, in cui i singoli stati mantengono la propria individualità locale, ma si riconducono ad un livello di sovranità più elevata, ove si fondono in un’unica entità sovranazionale.
Oppure un’Europa confederata, in cui gli stati mantengono la propria sovranità in un rapporto di associazione tra loro.
I rischi in entrambi casi sono evidenti.
Un Europa federale corre il rischio di una democrazia di vertice necessariamente centralizzata, separata da quella della base con il rischio di perdita delle radici locali e di crescenti diseguaglianze.
Un Europa confederale rischia il dissolvimento del sogno europeo, con un’Europa ridotta ad accordi commerciali di libero scambio e auspicabilmente di una moneta unica. Questo è il sogno sia della destra europea filo-Brexit e (paradossalmente) della sinistra estrema, a partire dalla Linke tedesca.
Un Europa federale rischia un governo elitario dei primi della classe, distaccato dalla realtà delle comunità locali, e dai loro problemi della quotidianità.
Un’Europa confederata rischia il ritorno arrogante dei vecchi partiti al governo dei singoli stati, eletti con una partecipazione al voto sotto il 50%, senza una rappresentanza polare autentica.
Aveva ragione Churchill: “la democrazia è pessima, ma non abbiamo ancora trovato un sistema alternativo migliore”.
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