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EDITORIALE

Prezzo del gas e scenari di un mercato anomalo

Prezzo del gas e scenari di un mercato anomalo

05 Febbraio 2022, 13:00

Il prezzo del gas è esploso, e sta già impattando sulla ripresa economica, sui programmi di transizione ambientale, sulla sicurezza internazionale. Soprattutto sui redditi delle famiglie.

La ripresa del dopo Covid sta rallentando per effetto delle strozzature dell’offerta (a partire dalla logistica e dai chip per le tecnologie informatiche), e per l’esplosione dei prezzi energetici. Questi prezzi erano crollati con il Covid, ma adesso stanno rimbalzando verso l’alto per l’aumento della domanda globale. Incluso il prezzo del carbone. Anche se la domanda di energia di oggi non ha ancora raggiunto i livelli pre-Covid. L’anomalia risiede nel fatto che questi aumenti investono anzitutto il gas, da sempre a rimorchio del petrolio. Ma il mercato del gas è cambiato in questi anni, per l’espansione del mercato del gas naturale liquefatto, e per la (giusta) rinuncia all’uso del carbone, che da sempre funzionava da offerta-cuscinetto del mercato nei momenti di scarsità. La domanda di gas è aumentata, è una domanda rigida, i contratti a lungo termine si stanno esaurendo, le riserve strategiche si sono ridotte, ed i prezzi sono diventati naturalmente altamente volatili. Il tutto in un mercato globale sempre più interconnesso, con forti specificazioni geografiche.

L'aumento dei prezzi dell’energia fossile si contrappone alla necessità di perseguire la transizione verde. E’ come se i paesi produttori dicessero: “Volete fare a meno dei nostri combustibili fossili? Bene, allora in questa fase di transizione i nostri combustibili ce li pagate molto cari”. Come nel rimprovero “avete fatto i conti senza l’oste”.
A questo si è aggiunta la crisi ucraina, che mette in forte difficoltà l’Europa, che non dispone di sufficienti risorse energetiche proprie. Soprattutto dopo che la Germania ha rinunciato all’uso del carbone e avviato la chiusura delle centrali nucleari. Nell’ambito della solidarietà dei paesi della Nato, la Germania inoltre ha sospeso l’avvio del gasdotto a nord con diretta importazione dalla Russia.
La domanda, a questo punto della crisi ucraina, è: supponendo che la crisi militare si aggravi, è ipotizzabile per la Russia l’interruzione delle forniture di gas all’Europa (che sarebbe soprattutto grave per Germania e Italia, oltre che Austria e Slovacchia)?
Non siamo certi di una risposta affermativa. L’Europa dipende per il 40% dalle importazioni dalla Russia; ma la Russia stessa per il 60% delle sue entrate dipende dalle proprie esportazioni di gas e petrolio.
Già nel 2009, nel corso della prima crisi ucraina, la riduzione delle forniture di gas era stata solo per l’Ucraina, e temporaneamente. Oggi la Russia, solida finanziariamente con 600 miliardi di dollari di riserve, può permettersi una breve interruzione delle esportazioni. Con una sospensione di 3 mesi la perdita sarebbe di 20 miliardi. Poca roba. Tra l’altro con il recente aumento dei prezzi, in condizioni normali di mercato, l’utile lordo di Gazprom salirebbe dai 19 miliardi del 2019, ai 90 di oggi.


Ma l’effetto collaterale per la Russia con l’interruzione delle forniture sarebbe un altro. Nell’emergenza l’Europa (anzitutto la Germania) potrebbe utilizzare in misura ben maggiore l’uso del gas liquefatto (di cui l’Europa dispone di ampia capacità inutilizzata per la rigasificazione). E il primo esportatore di gas liquefatto sarebbe proprio la Cina, che peraltro dispone di un’ampia flotta per il trasporto. L’Europa senza il gas russo soffrirebbe uno shock enorme; già oggi la spesa si è raddoppiata a mille miliardi dollari (rispetto ai 500 del 2019).
Ma a perderci di più sarebbe la Gazprom della Russia. Perderebbe la fiducia dei mercati, e nessuno si fiderebbe più a firmare con Gazprom contratti a lungo termine; il Nord Stream 2 resterebbe del tutto inutilizzato.
I mercati finanziari sono molto
prudenti sul futuro di Gazprom (analogamente per Rosneft e Lukoil): il rapporto prezzo/utili è pari a 3 (per la Borsa americana la media è oltre il 30), nonostante una crescita del 40 per cento degli ultimi dodici mesi ed un tasso di rendimento atteso sui dividendi del 17
per cento. Un grande affare, ma con un’insostenibile pesantezza del rischio.

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