EDITORIALE
Le sanzioni economiche imposte alla Russia di Putin in risposta all’ingiustificabile invasione dell’Ucrania sono criticate da due opposte direzioni.
Da un lato c’è chi sottolinea che si tratta di un’arma a doppio taglio. Colpiscono Mosca ma danneggiano anche le nostre imprese che hanno investito ed esportano in Russia e alimentano un’inflazione già in crescita (i prezzi di energia e grano sono già alle stelle). Ma questo è il prezzo da pagare per combattere la tirannia e difendere democrazia e libertà. E la storia ricorderà l’invasione dell’Ucraina e la conseguente catastrofe umanitaria non certo l’aumento dell’indice dei prezzi al consumo.
Dal lato opposto le sanzioni sono criticate in quanto ritenute troppo blande e perché in passato hanno raramente fermato guerre o portato a cambiamenti di regime. Si pensi a Cuba e dell’Iran (l’eccezione è il Sud Africa dell’apartheid dove però le sanzioni si innestarono in un processo già in corso). Perché questa volta dovrebbero fermare in carri armati di Putin?
Innanzitutto, segnaliamo che una volta esclusa la possibilità di ritorsioni militari quelle economiche sono le uniche «armi» a disposizione. Inoltre entità, rapidità e coordinamento della reazione delle democrazie occidentali sono state finora superiori alle attese (spiazzando lo stesso Putin). Le ripercussioni sono particolarmente forti e già visibili in ambito finanziario. L’esclusione dal sistema Swift ha di fatto estromesso Mosca dall’economia globale. E il congelamento delle riserve all’estero della sua Banca centrale (circa la metà di oltre 600 miliardi di dollari complessivi) ha prodotto una straordinaria svalutazione del rublo e nel medio termine potrebbe portare il Paese alla bancarotta. Il quarto round di misure annunciato da Stati Uniti, Unione europea e altri paesi del G7 prevede la revoca alla Russia dello status di «nazione favorita» (un colpo mortale per il commercio) e di impedire a Mosca di contrarre prestiti da istituzioni internazionali. Il fatto che il livello di integrazione della Russia nell’economia mondiale sia superiore a quello di Cuba e Iran aumenta l’efficacia delle sanzioni che stanno spingendo l’economia russa verso una profonda recessione.
Rimane poi la possibilità di un ulteriore giro di vite con l’interruzione dell’acquisto di gas e petrolio. Ad oggi solo Stati Uniti e Gran Bretagna, dopo due settimane dall’inizio dell’invasione, ne hanno deciso il blocco dell’import. Se anche l’Ue seguisse questa strada, ciò toglierebbe flussi di valuta vitali per Mosca (che nel breve termine solo in parte potrebbe compensarli vendendo gas alla Cina perché mancano i gasdotti) ma rischierebbe di spingere l’Europa verso un pericoloso scenario di stagflazione, cioè una combinazione di inflazione e bassa crescita. E sarebbero colpite soprattutto Germania e Italia.
Per anticipare e minimizzare queste possibili conseguenze negative è quindi più che mai necessario diversificare in campo energetico sia le forniture (l’Italia si sta muovendo per aumentare le importazioni di gas e petrolio da Algeria, Qatar, Congo, Angola), sia le fonti (spingendo sulle rinnovabili ma, se ne necessario, tornando anche temporaneamente a fonti ambientalmente meno sostenibili). La priorità in questo momento è aumentare l’offerta di energia per controllarne la volatilità dei prezzi. Lo ha capito il nuovo governo di colazione tedesco (che comprende i Verdi) che ha annunciato nuove infrastrutture per ricevere gas liquido, ha posticipato la prevista chiusura delle centrali nucleari e ha riaperto in parte all’uso del carbone.
Certamente queste misure fanno fare un salto indietro nella riduzione di emissioni di CO2 e nel perseguimento della sostenibilità ambientale. Ma per poter salvare il mondo dal cambiamento climatico è necessario prima salvarlo dalla guerra.
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