Editoriale
Come diceva Carl von Clausewitz, nel suo classico studio «Sulla guerra», scritto quasi 200 anni fa: «Molte delle notizie ottenute in guerra sono contraddittorie, una parte ancora più grossa è falsa e, comunque, la maggior parte è da prendere con le molle». Certo allora il generale prussiano non aveva i social network e nemmeno le foto satellitari ad altissima risoluzione accessibili non dico dagli Stati maggiori degli eserciti in conflitto, ma anche dai privati che con una modica somma possono giocare a fare gli esperti di «Osint», cioè di «Open source intelligence», la ricerca di informazioni collettiva sulle crisi belliche che sembra essere diventata un passatempo di massa nei paesi occidentali. Eppure, la massima di von Clausewitz conserva tutto il suo potere perché in questo eccesso di informazioni, che sembrano a prima vista tutte credibili, si nascondono le strategie di «information warfare» degli Stati belligeranti e dei tanti che hanno un interesse nello svolgimento del conflitto, senza contare la cialtroneria di molti esperti improvvisati. Insomma, in guerra anche l’informazione diventa un’arma e come spesso accade la verità – nella sua accezione più semplice di «come sono andate realmente le cose» – è spesso, almeno al momento, irraggiungibile e sostituita da tante piccole verità contraddittorie che noi prendiamo per buone, spesso per partito preso in una società altamente polarizzata come la nostra.
Questa premessa serve a mettere in chiaro che la mia analisi è basata su quel poco che sembra abbastanza assodato nel flusso informativo che arriva dall’Ucraina e che ci sommerge d’orrore e fa vibrare le corde più profonde della nostra empatia di esseri umani. Prendiamo per esempio le immagini terribili che arrivano da Bucha e dalle altre cittadine nei dintorni di Kiev, ritornate sotto il controllo ucraino dopo il ripiegamento delle truppe d’invasione russe.
Mettiamo tra parentesi – è difficile, lo so – quelle che raccontano la disumanità delle truppe russe nei confronti della popolazione civile, donne e bambini compresi, e che dimostrano già ora in modo difficilmente confutabile che sono stati commessi crimini di guerra.
Consideriamo invece quelle che illustrano in modo irrefutabile la cocente sconfitta patita dall’esercito russo: le decine di carri armati e altri blindati e mezzi militari russi inceneriti dall’uso abile dei missili anticarro individuali e dai droni armati dell’esercito ucraino.
Queste foto, altrettanto impressionanti anche se d’impatto meno forte dal punto di vista emotivo, ci dicono che dal punto di vista militare l’avanzata russa su Kiev è stata fermata non dalla decisione benevola dei comandi militari, attenti al processo di pace, ma dal fatto che gli ucraini hanno vinto una battaglia importantissima per l’integrità e la sovranità del proprio Paese.
La tanto strombazzata superiorità militare russa è stata spezzata da un esercito ben addestrato – con meno mezzi, ma molto più avanzati –, aiutato in modo importante dall’apparato informativo dei Paesi Nato. Questa vittoria non sarebbe stata possibile senza le armi che sono state fornite a Kiev dai Paesi occidentali. Il primo punto fermo, quindi, è che per ora Mosca non ha raggiunto il suo obiettivo principale, cioè la caduta di Kiev e la destituzione del governo Zelensky.
Ora però consideriamo gli altri fronti della guerra. L’offensiva russa in queste ore – e nelle prossime – sembra concentrarsi nelle regioni di Donetsk e di Lugansk, cioè nel Donbass. Il tentativo è quello di una manovra a tenaglia che, partendo dalla regione di Kharkiv dove è stata presa Izum, si sviluppi nella direttrice di Sloviansk per poi arrivare a Kramatorsk, chiuda in una sacca le truppe ucraine, tagliando le linee di rifornimento con il resto del Paese e distruggendo i depositi di carburante e munizioni per rendere ancora più difficile la situazione sul campo. Nel sud, lasciando da parte la situazione di Mariupol dove la resistenza ucraina è sempre più flebile, il fronte caldo è quello di Mykolaiv che dovrebbe aprire la strada per raggiungere Odessa che, una volta occupata, priverebbe l’Ucraina di ogni accesso al mare.
Come si vede si tratta di un piano ambizioso, ma decisamente più fattibile di quello originario che non teneva conto della tenace resistenza ucraina. In questo modo Vladimir Putin avrebbe la possibilità di negoziare la pace da una posizione di forza e l’Ucraina sarebbe costretta a pesanti e punitive rinunce territoriali, lasciando nelle grinfie russe milioni di persone contro la loro volontà. Per sventare l’offensiva russa l’esercito ucraino deve essere messo nelle condizioni di combattere e per questo servono le armi occidentali, non solo quelle che pudicamente chiamiamo difensive – e che hanno fermato l’avanzata su Kiev – ma anche quelle offensive, cioè carri armati, blindati, batterie di missili antiaerei e antinave. Senza questo aiuto difficilmente il pur eroico esercito ucraino potrà fermare le armate russe. Ma se Mosca riuscirà a consolidare i guadagni territoriali l’Ucraina con tutta probabilità non riuscirà a mantenere la sua sovranità in modo pieno. Certo, la decisione di inviare armi è difficile perché si rischia un’escalation che potrebbe portare anche a un conflitto nucleare. Per questo è quasi impossibile che si arrivi a una copertura area da parte della Nato o allo schieramento di truppe dell’Alleanza in funzione di «peace keeping». Si andrebbe troppo oltre.
Ma per l’Occidente ci sono poche alternative disponibili. E certamente le sanzioni, pur essenziali, nel breve periodo non servono a sconfiggere un’odiosa invasione di uno stato sovrano che sta provocando lutti e distruzioni senza fine.
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