Editoriale
Nel 2020 e nel 2021 la Ue e la Uem hanno affrontato una crisi economica, sociale e sanitaria di grande pericolosità ma con innovazioni epocali hanno saputo contenerla impostando una strategia di riforme a largo spettro ma non ancora sufficienti. Ne tratterò senza entrare nel merito della attuale drammatica situazione proveniente dall'aggressione della Russia di Putin all’Ucraina le cui conseguenze per la Ue e la Uem non sono per ora alla mia portata valutativa.
La macro-innovazione del 2020 e del 2021 è stata il varo del Next Generation Eu e dei Piani nazionali di ripresa e resilienza con la mobilitazione di quasi 1000 miliardi di euro mediante le emissioni di Eurobond con finanziamenti che andranno agli Stati in parte come sussidi e in parte come prestiti che andranno usati su 5 filiere: la transizione digitale, in quella eco-ambientale ed energetica, nella coesione sociale, nella sanità, nella istruzione e ricerca.
La entità e la qualità della innovazione è epocale e quindi la stessa avrà non poche difficoltà ad essere realizzata.
Iprimi effetti sul 2021 sono stati in termini di crescita del Pil della Ue e della Uem, di ripresa della occupazione e di quasi tutte le altre variabili economiche notevoli dopo il crollo del 2020 a causa della pandemia. Lo stesso contrasto alla pandemia è stato di rilievo, data la dimensione della sfida e la relativa mancanza di grandi imprese farmaceutiche europee in grado di fronteggiare una massiccia richiesta di vaccini. Una ripresa di lungo periodo si stava però delineando anche se alcune difficoltà economiche apparivano all’orizzonte. Ne cito quattro alle quali bisognerà che la Ue e la Uem mettano rimedi nel tempo.
La prima è l’eccesso di decentramento del Next Generation Eu. Non basta infatti che gli Stati beneficiari dei finanziamenti siano vigilati ma è anche necessario che facciano investimenti infrastrutturali integrati. Si tratta della compresenza nella costruzione europea dei principi di solidarietà, sussidiarietà e sviluppo nel bilanciamento tra istituzioni, società ed economia. L’euro-democrazia combina federalismo, confederalismo e funzionalismo sia nella loro euro-struttura sia nei suoi rapporti con gli Stati membri.
La seconda è che gli eurobond verranno emessi una tantum fino al 2026. È vero che la duration può arrivare anche a 30 anni ma in un sistema federale o confederale i «titoli di stato» sono simmetrici alla politica monetaria e la completano. La Bce ha fatto molto ma non può fare tutto da sola.
La terza è l’inflazione che ha ripreso a crescere anche per i prezzi delle materie prime su cui la Ue è molto vulnerabile, specie per quelle energetiche. A ciò si aggiungono i forti incrementi dei costi dei trasporti marittimi e della logistica. In questa situazione bisognerebbe riconsiderare l’allungamento dell’orizzonte di attuazione del Next Generation Eu e dei Pnrr e apportare delle modifiche. I periodi «canonici» dell’Ue sono sui 10 anni. Quindi bisognerebbe arrivare almeno al 2030. Infatti se l’inflazione non rientra entro il 2%, la Bce dovrà frenare. Quindi anche i tassi sulle emissioni di eurobond aumenterebbero ed ancora di più quelli dei titoli di stato dei Paesi molto indebitati dell’area euro. Inoltre, se l’euro si indebolisce molto sul dollaro, i prezzi in euro delle materie prime aumenteranno e il flusso di capitali verso gli Usa (già grande) si accentuerà. L’Ue non può essere solo coordinamento ma anche consolidamento. Gli eurobond e gli eurounionbond sono complementari ed è meglio che la Bce comperi questi piuttosto che titoli di Stato.
La quarta è che il ritorno al patto di stabilità e di crescita auspicato da molti «Stati frugali» non può essere un ritorno al passato anche se gli Stati con molto debito pubblico dovranno gradualmente rientrare. Il vertice di Versailles dello scorso marzo ha fatto il punto in maniera piuttosto attenta su questo. Dal vertice è venuta l’indicazione che ci vuole un'Europa più coesa non solo negli auspici, ma con le soluzioni istituzionali necessarie e diverse da un approccio mercatista e intergovernativo sostenuto da vari Stati, a fronte dei quali ce ne stanno altri forti che non valorizzano al meglio le loro risorse e il loro ruolo europeo.
Adesso l’aggressione della Russia di Putin alla Ucraina mette tutto in «forse» ma noi siamo fiduciosi che quando la pace ritornerà la Ue e la Uem possano riprendere un sentiero di sviluppo solidale e civile che faccia della Ue la più grande e civile democrazia del mondo capace di innovare e reggere quindi le sfide del XXI secolo.
Alberto Quadrio Curzio
Professore emerito di Economia politica dell'Università Cattolica
di Milano, presidente emerito dell'Accademia nazionale dei Lincei
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