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Editoriale

Le fake news sui fondi pubblici e l’informazione di qualità

fake news

di Ruben Razzante

24 Maggio 2022,12:57

Il prolungarsi del conflitto russo-ucraino ha riportato al centro del dibattito nazionale e internazionale il tema della qualità delle informazioni che viaggiano nei circuiti mediatici. L’incidenza delle fake news sulle opinioni delle persone non è misurabile se non attraverso i sondaggi, che però fotografano gli umori e intercettano l’emotività più che il ragionamento e la riflessione. La selezione dei contenuti informativi evoca sempre più spesso la capacità di analisi e di discernimento dei singoli, chiamati a fare uno slalom tra fonti più o meno autorevoli. Diventa, in altri termini, sempre più complesso riconoscere, nel mare magnum del web, le notizie avvalorate da elementi inoppugnabili, mancando peraltro collaudati meccanismi di certificazione delle informazioni oltre quelli della responsabilità editoriale.

Ed è proprio dalla responsabilità editoriale che occorre forse ripartire per rilanciare la battaglia in difesa dell’informazione di qualità. Il recepimento in Italia della Direttiva europea sul copyright ha introdotto una serie di vincoli ai quali i colossi del web sono chiamati ad assoggettarsi, sia in termini di introduzione di filtri anti-pirateria, per impedire lo sfruttamento selvaggio di opere creative, sia in termini di contrattualizzazione dei compensi da erogare ai produttori di contenuti, anche di natura giornalistica. In altri termini, le piattaforme che condividono le notizie prodotte professionalmente devono contribuire ai costi di produzione delle stesse. E in Italia arriverà a breve un Regolamento dettagliato dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom), che stabilirà parametri e criteri per determinare le somme che gli Over the top verseranno nelle casse degli editori e che per questi ultimi saranno ossigeno necessario per rimpinguare le casse delle proprie imprese e retribuire meglio giornalisti dipendenti e collaboratori esterni.

Durante il Covid i giornalisti hanno assicurato aggiornamenti puntuali sull’evoluzione del virus e hanno dunque garantito ancor più che in altri momenti storici il diritto dei cittadini ad essere correttamente informati su fatti di interesse pubblico. Pur in condizioni logistiche precarie, lavorando fuori dalle redazioni e con tutte le precauzioni dettate a protezione della salute collettiva, i cronisti hanno raccontato l’evoluzione della pandemia dai luoghi del contagio e della sofferenza, rischiando in prima persona la salute e contribuendo a diffondere informazioni di pubblica utilità alla popolazione, assai disorientata dalla tragedia del Coronavirus.

Le edicole sono state sostenute e aiutate perché sono rimaste sempre aperte, proprio perché l’informazione è un bene pubblico e la loro utilità era simile a quella dei supermercati. Gli ultimi due governi hanno inoltre stabilito che fosse opportuno sostenere anche le imprese editoriali, che producono i giornali e che durante il Covid hanno visto assottigliarsi drasticamente gli introiti pubblicitari. Gli inserzionisti hanno ridotto gli investimenti in pubblicità durante i lockdown e a pagare per questa contrazione sono stati soprattutto gli organi d’informazione.

La crescita del sostegno pubblico all’editoria va dunque inquadrata in questo contesto emergenziale, anche per sfatare il luogo comune che vorrebbe i giornali beneficiari di risorse finanziarie ingenti e quindi in qualche modo legati a doppio filo agli equilibri politici. Di recente il Dipartimento per l’informazione e l’editoria della Presidenza del Consiglio dei ministri, in un documento dal titolo “Il sostegno all’editoria nei principali Paesi d’Europa. Politiche di sostegno pubblico a confronto”, ha ricostruito l’evoluzione degli interventi pubblici a sostegno della stampa, chiarendo due aspetti. Il primo è che i contributi Covid hanno fatto salire notevolmente le risorse destinate ai giornali. Il secondo è che, però, queste risorse sono, in Italia, più basse che in altri Stati. Da noi si è passati, negli ultimi due anni, da 175,6 milioni di euro a 386,6 milioni di euro, con un incremento del 120%. Si tratta di somme erogate soprattutto sotto forma di credito di imposta per la distribuzione delle testate, credito di imposta sugli investimenti pubblicitari e credito di imposta per l’acquisto della carta. L’epoca dei finanziamenti diretti e a pioggia è terminata da tanto tempo. Piuttosto, una rimodulazione è intervenuta proprio a causa delle misure una tantum varate durante il Covid. Vista l’aria che tira, anche in termini di impennata dei costi dell’energia e quindi dei costi di luce e gas, non è detto che alcuni di questi aiuti non vengano stabilizzati anche per i prossimi anni.

Tutto questo, però, non deve far gridare allo scandalo, perché nel Rapporto, puntuale e documentato, del Dipartimento per l’informazione e l’editoria di Palazzo Chigi, emerge che Stati come la Francia, la Norvegia, la Danimarca, solo per citarne alcuni, presentano livelli di sostegno pubblico all’editoria superiori a quelli italiani. Significa che le risorse statali ai giornali raggiungono in quegli Stati percentuali del Pil superiori rispetto all’Italia. Sarebbe dunque una mistificazione parlare di assistenzialismo di Stato e di statalizzazione delle attività editoriali. Bisogna invece ricordare quanto l’informazione pubblica, prodotta professionalmente e ispirata al rispetto dei principi della deontologia giornalistica, possa contribuire ad assicurare il diritto all’informazione su fatti di rilevanza nazionale e internazionale. Senza dimenticare che solo una collettività correttamente informata può esercitare al meglio gli altri diritti garantiti dalla Costituzione e dalle leggi vigenti.

Queste considerazioni - sia ben chiaro - non devono comunque esonerare la categoria degli operatori dell’informazione dall’esercizio di una seria autocritica su alcuni eccessi nella narrazione delle vicende relative al Covid prima e alla guerra poi. I sostegni indiretti all’editoria sono fondamentali per assicurare al settore di continuare ad informare l’opinione pubblica con rigore, serietà, trasparenza e professionalità, nel rispetto del pluralismo e del principio di uguaglianza. Ma chi ha questa nobile missione è bene che non dimentichi mai il suo dovere fondamentale di mettere al centro la verità dei fatti, mantenendo la schiena dritta e dimostrando di avere a cuore i valori della persona, primo fra tutti quello della dignità di ogni essere umano.

© Riproduzione riservata

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