Editoriale
Quando c’è una guerra c’è sempre qualcuno che si vuole sfilare.
Anche imputarlo all’allargamento ad Est della Nato non rappresenta una ragione valida, dal momento che l’adesione alla Nato è volontaria e avviene su richiesta.
La Nato ha risposto all’aggressione che non risponderà con un confronto militare, rassicurando la Russia, ma che sosterrà il diritto alla difesa dell’Ucraina, sostenendo il suo diritto a scegliere il proprio destino. In via del tutto analoga al sostegno dell’allora Unione Sovietica nei riguardi della Corea del Nord (1950-53) e del Vietnam del Nord.
La Nato ha risposto all’invasione russa con le sanzioni. Le sanzioni portano danno a chi le subisce (la Russia), e indirettamente, com’è normale, danno a chi le pratica (nel nostro caso l’Europa). In modo evidente per quanto riguarda le risorse energetiche, di cui la Russia è straordinariamente ricca e dalla quale dipende buona parte dell’Europa.
Vanno fatte due osservazioni. La prima è che i prezzi dell’energia (per un decennio ai minimi storici) erano già in risalita dopo la ripresa tumultuosa dell’economia dal Covid; sull’aumento dei prezzi si è poi innescato il razionamento delle forniture da parte della Russia. Chiamatelo come volete, ma questo assomiglia ad un ricatto.
Seconda osservazione. Finora (in apparenza, a detta loro) la Russia ha ben fronteggiato le sanzioni, ma la prospettiva deve andare oltre il breve termine. Cosa sarà dell’economia russa tra (diciamo) 5 anni? Quando l’Europa avrà sostituito gas e petrolio russi (l’offerta di energia nel mondo è illimitata, casomai il problema è il prezzo); quando la Russia non avrà gli impianti produttivi innovativi, e mancheranno pure i pezzi di ricambio per le attuali strutture; quando il sistema finanziario russo sarà completamente isolato dal resto del mondo. Quale Russia domani? Oggi il rublo tiene, ma poi? Probabilmente un alleato gregario della Cina?
L’Italia oggi si trova in una fase di transizione, che necessariamente è di «crisi». Chiamarsi oggi fuori dall’applicazione delle sanzioni e dalla fornitura di armi all’Ucraina (sempre nell’ambito di una logica di guerra difensiva) vorrebbe dire chiamarsi fuori dalle proprie alleanze consolidate, Europa e Nato.
Distaccandoci dagli alleati forse avremmo dalla Russia un po' di gas e petrolio in più, ma non è certo: chi ricatta con successo una volta, non smette più di ricattare.
Ma perderemmo tutto il resto: il nostro ruolo in Europa riconquistato con la presidenza Draghi; il supporto che l’Europa ci dà con il Pnrr e con l’acquisto dei nostri titoli pubblici, inclusa la difesa dagli eccessi dello spread. Perderemmo il sostegno nella nostra difesa militare, perché il mondo non finisce a Kiev. Abbiamo il mare nostrum Mediterraneo da difendere, e senza la V Flotta di stanza a Napoli, la nostra missione diverrebbe definitivamente «impossible».
L’Italia soffre particolarmente per l’effetto rimbalzo delle sanzioni, perché l’Italia è di suo particolarmente fragile. Abbiamo bloccato la ricerca di nuove fonti energetiche (sia tradizionali che alternative) sul nostro territorio, non investiamo in innovazione da 30 anni, la nostra manodopera (con le solite eccezioni) è poco qualificata, nonostante le ripetute e molteplici riforme della scuola. Manodopera di cui in questi mesi se ne lamenta la scarsità.
Dobbiamo certamente «liberare le energie dell’Italia», ma partendo anzitutto da noi stessi.
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