Editoriale
Alla fine del 2012, nel passaggio dalla XVI alla XVII legislatura, Mario Monti diede vita a un partito destinato a collocarsi al centro dell’arco parlamentare, con una forte connotazione liberal-democratica ed europeista. Le premesse per il successo c’erano tutte: il leader era una persona di grande valore e prestigio; il programma, incardinato sul ruolo dell’Italia come protagonista nella costruzione della nuova Ue, era chiaro e incisivo; nei gruppi parlamentari figuravano persone perbene e molto apprezzate nei rispettivi campi di attività (da Ilaria Capua a Irene Tinagli, da Lucio Romano a Giampiero Dalla Zuanna, da Alberto Bombassei a Linda Lanzillotta, per menzionarne soltanto alcuni). Nelle elezioni del febbraio 2013 le liste di quel partito, che aveva assunto il nome di Scelta Civica, ottennero all’incirca il 10 per cento dei voti; già dopo un anno, però, una parte dei suoi parlamentari se ne distaccò verso destra; e all’inizio del 2015 la parte rimanente confluì nei gruppi Pd di Senato e Camera. Che cosa era andato storto?
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