Editoriale
Giovedì 21, sono passato davanti alle bandiere sventolanti di fronte alla sede dell’Efsa di Parma, pour cause in via Carlo Magno, un grande europeo di due millenni fa. E sono stato preso da un senso di angoscia: il governo più europeista della storia d’Italia, che aveva reso al Paese il prestigio perduto e l’affidabilità internazionale, era stato mandato a casa.
Il dibattito dovrebbe riguardare il merito dei programmi, le compatibilità finanziarie -che sembrano scomparse -, il futuro prossimo del Paese che nel trimestre appena trascorso può vantare una crescita del Pil migliore delle previsioni e della stessa Germania. Se le parole possono tentare di distrarci, sono i fatti che ci chiamano alla ragione, all’analisi di ciò che siamo oggi e di ciò che potremmo essere domani.
Un esame freddo della situazione mi ha rassicurato: è difficile, non disperata. Stiamo uscendo dall’incubo della pandemia e delle sue disastrose conseguenze economiche.
E ne stiamo uscendo, come Nazione, in virtù di scelte politiche alle quali Mario Draghi ha contribuito in modo determinante a Bruxelles e a Roma.
L’Unione europea ha avviato un piano di resilienza e rilancio del continente volto a sospingere i paesi che la compongono sulla via dello sviluppo, dell’adeguamento ambientale (la transizione ecologica), mediante un indebitamento autonomo: per la prima volta l’Unione si è indebitata sul mercato e ha ripartito le risorse ottenute, non pro-quota dell’Unione, ma secondo le necessità delle nazioni. Si è trattato di una somma immensa: 750 miliardi di euro di debito buono, acceso per investire, non per buttare risorse nella fornace dei sussidi o delle pensioni anticipate. Le risorse del Ngeu («New Generation EU» il nome del programma) finanziano i Piani di ciascuna nazione. Il piano italiano (PNRR), riscritto dal governo Draghi e presentato alla Commissione il 30 aprile 2021, è stato approvato lo scorso 22 giugno con una valutazione di dieci «A» e una «B». Dopo l’anticipo di 21 miliardi versato in aprile, siamo in attesa del versamento di una nuova rata.
Al primo posto - di gran lunga - tra i beneficiari dell’operazione è proprio l’Italia che spenderà 235,14 miliardi, così composti: 68,90 grant, cioè dono, 122,6 prestiti europei a tasso agevolato, 30,64 risorse nazionali, 13,00 dal Programma ReactUe. Insomma, il 27,26% del fondo di 750 miliardi. Le prime opere sono in corso ed entro la fine dell’anno alcune saranno terminate.
In giro, qualcuno osserva: «Ma i soldi che riceveremo sono nuovo debito e dovremo restituirli.» Un’osservazione banale che contiene il mortale germe della bugia: perché l’Unione europea aveva e ha capacità di indebitarsi a un costo minore di quanto dovrebbe pagare l’Italia, ammesso che un’emissione di questa entità possa essere coperta; inoltre, la quota grant, cioè regalo, riduce ulteriormente il costo del denaro, rendendo quello che ci viene prestato particolarmente conveniente. Infine, una semplice, elementare considerazione: le altre nazioni dell’Europa a quale titolo dovrebbero assicurare alla cicala italiana proprie risorse, frutto di politiche monetarie più caute delle italiane?
Il PNRR è quindi il baluardo che difenderà l’Italia dai marosi. Esso comporta la contropartita di una serie di riforme di ammodernamento e liberalizzazione che renderanno l’Italia competitiva e solida. Un vero discrimine tra lo sbando e un’Italia che pensa al futuro.
Fatti non parole.
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