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Editoriale

Liz Truss spera di essere la nuova Thatcher

Liz Truss

di Paolo Ferrandi

06 Settembre 2022,13:55

Da oggi Mary Elizabeth Truss, detta Liz sostituirà al numero 10 di Downing Street Boris Johnson di cui è stata ministro degli Esteri. Johnson, infatti, è stato sfiduciato a inizio estate dal suo stesso partito e per sostituirlo, visto che in Gran Bretagna per tradizione il primo ministro è il segretario del partito che ha vinto le elezioni, è stata indetta una votazione prima tra i parlamentari e poi tra gli iscritti al Partito conservatore (i Tory) che la Truss ha vinto anche se non con il margine che avrebbe sperato e che i sondaggi le accreditavano. Lo sconfitto nel ballottaggio finale è Rishi Sunak, l’ex cancelliere dello Scacchiere di radici familiari indiane, che ha pagato il fatto di aver fatto precipitare la crisi dimettendosi dal governo Johnson, il suo essere espressione di una minoranza (anche se ricchissimo e sposato con una donna ancora più ricca) e, forse, anche il fatto di non aver promesso l’impossibile come, invece, ha fatto la Truss che dopo Margaret Thatcher - il suo modello, almeno dal punto di vista ideologico - e Theresa May, di cui peraltro aveva condiviso la propensione, subito rinnegata, per il «remain», è la terza donna a divenire primo ministro in Gran Bretagna. Tutte conservatrici e nessuna laburista, detto per chi si stupisce per il fatto che Giorgia Meloni, da conservatrice, potrebbe diventare la nuova premier italiana.

Oggi Johnson - rimasto finora in carica per gli affari correnti - si recherà a Balmoral in Scozia dalla novantaseienne regina Elisabetta per dimettersi e per «raccomandarle», secondo prassi, di designare al suo posto la nuova leader della formazione maggioritaria. A seguire la sovrana, che è troppo debole per tornare a Londra, riceverà separatamente la Truss, primo ministro numero 15 dei suoi 70 anni di regno, per «invitarla» a dar vita al suo nuovo governo.

Come detto la Truss, almeno in questi mesi di campagna elettorale, ha eletto come modello la Thatcher, ma, in effetti, la sua vita politica non è stata così linearmente conservatrice. Anzi, ai suoi esordi la nuova premier inglese era addirittura repubblicana. Nata in una famiglia di fede laburista si diede, infatti, alla militanza politica nella minoranza repubblicana del partito liberaldemocratico britannico, europeista e di centro-sinistra, facendosi notare come delegata giovanile a una conferenza nazionale in cui pronunciò un discorso (rapidamente rinnegato) favorevole all’abolizione della monarchia. Poi però passò ai Tory, ma non all’ala più conservatrice e, per dire, rimase fedele, all’epoca della Brexit, a David Cameron e fu quindi a favore del sì all’Unione Europea. Convinzione che venne rapidamente rinnegata dopo le dimissioni del primo ministro a seguito della sconfitta al referendum. Da allora la Truss si è spostata su posizioni sempre più conservatrici e da ministra degli Esteri di Johnson si è fatta notare, soprattutto, per gaffes e per mancanza di diplomazia, arrivando a mettere in dubbio, con una frase delle sue, il cardine della politica estera britannica post conflitto mondiale, cioè la «special relationship» con gli Stati Uniti. Un particolare che proprio ieri la stampa statunitense ha rimarcato sollevando dubbi sul suo prossimo mandato.

Non va meglio con l’Unione europea con cui, forse più di Johnson, è in rotta di collisione sull’intricatissima questione della frontiera tra Repubblica d’Irlanda e Ulster. Da ministra degli Esteri ha avuto parole quasi insultanti contro Emmanuel Macron che però ha già messo le mani avanti, dicendo di essere pronto a collaborare con qualunque premier inglese. Sull’Ucraina ha posizioni ancora più dure di Johnson e rimane famoso un suo battibecco con il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov che, con la consueta arroganza, la ha trattata da scolaretta che non ha fatto i compiti per aver attribuito all’Ucraina una regione che nei fatti è sempre stata russa.

La piattaforma economica con cui ha convinto i conservatori è decisamente thatcheriana: meno tasse e meno Stato. Tradotto in uno slogan intraducibile che gioca con le sue iniziali: «Liz Truss means Low Taxes», cioè «Liz Truss significa meno tasse». Un programma che ha sempre grande presa tra i conservatori, ma che forse non è l’ideale in un momento in cui lo Stato è chiamato a difendere i cittadini dalla crisi economica provocata dalla pandemia prima e dalla guerra in Ucraina poi. E, in effetti, deve essersene accorta anche la Truss che ha comunque promesso misure d’urto per fronteggiare l’aumento dei costi energetici e per difendere il disastrato servizio sanitario nazionale britannico. Misure che, però, costano molto e che, sommate alle promesse di consistenti tagli fiscali, fanno pensare a uno spensierato e molto italiano ricorso al deficit di bilancio in una situazione, peraltro, molto difficile per la Gran Bretagna dal punto di vista finanziario con un’inflazione oltre il 10% e con continui rialzi dei tassi da parte della Bank of England. Insomma, pare una scommessa. E anche piuttosto azzardata anche se le elezioni non sono alle porte e i laburisti - pur in testa a tutti i sondaggi - hanno un leader molto sbiadito come Keir Starmer, una specie di Tony Blair, ma in ritardo di una generazione.

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