EDITORIALE
I primi provvedimenti adottati dal neo insediato governo Meloni alla sua seduta inaugurale sono stati definiti «identitari» e in effetti tutto depone proprio in favore di questa lettura. Pugno duro sulla sicurezza, come pure in materia di giustizia, e una strizzatina d’occhio al popolo no vax mascherato da adeguamento alle mutate condizioni epidemiche. E, sorprendentemente (ma fino a un certo punto), nulla sulla crisi del caro bollette, la vera emergenza nazionale, rispetto alla quale per settimane tutti gli attori della scena pubblica hanno invocato un rapido insediamento del nuovo esecutivo, affinché prendesse subito di petto questo dossier prima di ogni altro. E invece no, tutto rimandato, sia pur solo di pochi giorni, al prossimo consiglio dei ministri. Perché queste scelte?
Essenzialmente perché per la Meloni era necessario dare subito un chiaro segnale al proprio popolo: un segnale che chiarisse che i temi tradizionalmente cari alla destra (ordine, sicurezza, rispetto delle regole, severità nell’applicarle) sono in cima alla lista delle priorità del primo governo a guida di destra. Anche se questo significa mettere temporaneamente da parte ciò che oggettivamente è oggi più urgente, ovvero la crisi energetica e i conseguenti insostenibili rincari per famiglie e imprese. Ma se si considera che proprio quest’ultimo è il cavallo di battaglia di quel Salvini iperattivo, che scalpita ogni giorno per imporre i temi dell’agenda politica e cercare di battere sempre sul tempo la «sua» presidente, è facile immaginare che proprio per questo motivo non fosse il caso per la Meloni di regalare un’ulteriore ribalta al suo alleato-competitor.
Tornando ai temi scelti per il varo del governo, ce n’è uno dettato dal desiderio di mostrare l’impegno fin da subito contro la criminalità organizzata, ovvero l’ergastolo ostativo: un tema controverso dal punto di vista della legittimità costituzionale, ma che obiettivamente si presta a un messaggio di principio di un governo appena arrivato. L’altro tema, quello legato alla sicurezza, è stato offerto alla Meloni da una circostanza del tutto contingente e imprevista, il rave party fuori controllo a Modena, che le ha fatto gioco per mettere subito in chiaro che sull’ordine pubblico l’Italia che ha in mente non intende passare per il solito Belpaese dove tutto è consentito. Un’occasione effettivamente ghiotta per la Meloni, ma forse non così impellente da richiedere addirittura un decreto legge emanato dal governo appena insediato. Senza considerare gli aspetti legati alla discutibilità della nuova norma, che secondo alcuni giuristi potrebbe (pericolosamente) prestarsi per applicazioni che esulano dalla fattispecie – i rave party – per la quale è stata creata.
Ma se sicurezza e giustizia tutto sommato non sorprendono, è invece il tema Covid a lasciare maggiormente perplessi. È vero che anticipare di un paio di mesi l’abolizione dell’obbligo vaccinale per il personale sanitario, che sarebbe comunque decaduto a fine anno, non appare a prima vista di per sé così clamoroso. Tuttavia è in primo luogo da considerare che un provvedimento destinato a scadere in una certa data è sempre passibile di proroga, come tante volte è successo proprio con l’emergenza pandemica. Ma, al di là di questo, è il messaggio che viene dato che è deleterio: il messaggio secondo cui chi non si adegua alla legge, a maggior ragione in una situazione di emergenza nazionale che quindi richiede responsabilità da parte di tutti, prima o poi riesce comunque a farla franca. Il che, provenendo da un esecutivo che pone in cima alle proprie priorità e ai propri valori il rispetto delle regole, non è esattamente confortante. Senza considerare che così facendo si premia proprio quell’atteggiamento di scetticismo verso la scienza e di contestazione dell’autorità statale (accusata di imporre la famigerata «dittatura sanitaria») che sono il più grande pericolo in tempi di pandemia non ancora debellata. Dare segnali di accondiscendenza in questo ambito è non solo azzardato, ma anche vagamente irresponsabile.
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