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Editoriale

L'intelligenza artificiale potrebbe cambiare gli equilibri della Rete

L'intelligenza artificiale potrebbe cambiare  gli equilibri della Rete

04 Marzo 2023, 14:20

Google non ha rivali nel suo campo, quello dei motori di ricerca. Un po' come Facebook in quello dei social network. Nessun altra società si avvicina, nemmeno lontanamente, alle dimensioni e alla rilevanza dei due colossi nei loro rispettivi ambiti. Entrambe le società, poi, hanno un modello di business relativamente semplice: offrono un servizio gratuitamente agli utenti in cambio della loro attenzione che poi veicolano agli investitori pubblicitari che pagano il conto delle spese, generando enormi profitti per le due piattaforme.

Nel campo della pubblicità online Google e Facebook non hanno rivali: insieme (con la società di Mountain View che ha la posizione dominante) raccolgono circa il 60% dell'intera torta disponibile. Con una posizione simile è praticamente impossibile che arrivino altre società capaci di competere con i due giganti. E questo è vero soprattutto per Google che, con i suoi suggerimenti, è la via d'accesso privilegiata di molti di noi alle risorse, molto spesso ben nascoste, disponibili in in Internet
Per dare conto della profittabilità di Alphabet - la holding che possiede Google - bisogna notare che i risultati della società sono cresciuti a un tasso medio annuo di oltre il 20% dal 2011. In quel periodo Alphabet ha generato più di 300 miliardi di dollari in contanti dopo le spese operative, la maggior parte della ricerca. Il suo valore di mercato è più che triplicato, a 1.300 miliardi di dollari. È la quarta azienda al mondo come capitalizzazione. E a differenza di Apple e Microsoft - i suoi più grandi rivali tecnologici che sono da considerarsi di mezza età rispetto a Google che è nata nel 1996 - non ha sentito alcun vero bisogno di reinventarsi. La dominanza acquisita nel campo della ricerca sul web, infatti, mette al riparo Alphabet da ogni problema. Almeno finora, però.
Infatti, qualcosa è accaduto nelle ultime settimane. Qualcosa che si preannuncia come un momento schumpeteriano di distruzione economica creatrice e che potrebbe, forse, modificare i valori in campo e il nostro modo di approcciarci al Web. Questo qualcosa ha un nome: intelligenza artificiale e più precisamente, un algoritmo conversazionale, un chatbot, che usa il linguaggio naturale in modo molto convincente.
Più specificatamente Il motivo delle preoccupazioni di a Mountain View è ChatGPT, un chatbot che usa, appunto, l'Intelligenza artificiale progettato da una startup, chiamata OpenAi, che è finanziata in larga parte da Microsoft. Oltre ad essere in grado di generale conversazioni simili a quelle umane, ChatGPT e altri chatbot possono scrivere poesie, saggi di storia, codice informatico e qualsiasi altra cosa il cui risultato finale sua uno scritto. Uno studio di Ubs ritiene che dal suo lancio a novembre ChatGPT abbia guadagnato circa 100 milioni di utenti attivi mensili, un'impresa che non era riuscita nemmeno a TikTok, l«'enfant prodige» dei social media. In più altri programmi di Intelligenza artificiale generativa possono dipingere, comporre o cantare. Insomma simulare, con buona approssimazione, qualunque attività umana. Bill Gates, co-fondatore, assieme a Paul Allen, di Microsoft, ha definito questo tipo di tecnologia «importante quanto il pc o come Internet». E qui arrivano le dolenti note per Google. Infatti finora il motore di ricerca di Mountain View è stato dominante perché capace, con i suoi algoritmi, di scovare i risultati più rilevanti per gli utenti, mettendoli in fila in modo semplice come un elenco di link sempre meno interessante man mano che si procede verso il basso. Un'interfaccia che è diventata il sinonimo di ricerca. Però con un chatbot le cose cambiano perché, al posto di una lista di link, è capace di generare quello che possiamo chiamare un prodotto finito, cioè un testo che risponde, spesso in modo non ottimale, bisogna dirlo, alle tue richieste iniziali. Un valore aggiunto inestimabile rispetto alla schematicità di un elenco. Si passerebbe quindi da un modello «link based» di ricerca a un modello più basato sugli obiettivi e le esigenze di chi sta facendo la ricerca. Insomma, si tratta, sempre che la cosa funzioni e si perfezioni sempre più in futuro, di un cambiamento di paradigma. E il fatto che dietro OpenAi ci sia Microsoft, che possiede il secondo motore di ricerca puù usato al mondo, cioè Bing, rende la cosa ancora più preoccupante per Google che ha appena annunciato la sua risposta a ChatGPT, un chatbot di nome Bard. Ma arrivare per secondi non è mai di buon auspicio.

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