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Editoriale

Preferiamo speranza e pace

Preferiamo speranza e pace

di Enrico Solmi vescovo della diocesi di Parma

21 Aprile 2025, 09:02

Basta salire pochi gradini e nel transetto di destra del Duomo, appare la “deposizione dell’Antelami”. Tanti la cercano e si fermano ad ammirarla. Anche senza verbalizzare l’anima che la vivifica, parla e incanta, capace di sussurrare a tutti il Mistero di morte e risurrezione. Anche noi parmigiani facciamo questo dolce sforzo e fermiamoci davanti. Nell’insieme della rappresentazione il centurione romano sostiene uno scudo tondo, non a caso chiamato “parma”. Mi piace pensare che sia come un indirizzo rivolto a noi. Da destra a sinistra tanta gente guarda la scena, riportando la narrazione all’inizio, quando sotto la croce del Nazareno passano le categorie di persone che allora abitavano Gerusalemme. Si ridimensiona la dicitura “deposizione”, perché in realtà si snoda, ante litteram, il film dell’intera Pasqua.

La gente guarda attendista, sentendo i giudizi feroci, questa volta concordi, dei capi e dei politici. Lì, appeso alla croce, è perpetrata l’ingiustizia e la risposta violenta al messaggio d’amore e di pace del Nazareno. Come non pensare al bisogno di una cultura che animi tutti alla giustizia e alla pace e impedisca uno stare a vedere sterile, come oggi, la violenza sotto casa e la guerra non lontana da noi. C’è un impulso che viene proprio da questa mirabile lastra. Ci sono i soldati che si giocano la tunica. Il pregio della tessitura, tutta di un pezzo, li ha convinti che non bisognava dividerla. Proprio questo ha fatto breccia nel loro cuore grezzo. La coscienza in una cittadinanza che, unita, cerca la giustizia e la pace, suscita ancora meraviglia ed è efficace. Un’evidenza, dal micro della famiglia, al macro dei sistemi politici ed economici. C’è una sorta di pantografo capace di scrivere e ripercuotere il bene esercitato nel piccolo, l’educazione e la cultura che lo hanno promosso, e nel grande dei sistemi economici e politici. Almeno custodiamolo come speranza. Attenti però: è più facile che il non bene e il male si ingigantiscano, assecondino e confermino scenari di male, nei quali l’unica ragione è il chiuso interesse. È stato così per il giudizio verso Gesù di Nazareth – che velocità tra l’osanna e il “crocifiggilo”! - e ancora può ripetersi, con l’aggravante della storia che ha inutilmente insegnato. Dall’altra parte, tre donne più il “discepolo amato” convergono verso la croce, di fianco alla quale Maria, la madre di Gesù, ha la guancia accarezzata dalla mano del figlio che l’angelo pietoso accosta. Un gesto di inesprimibile tenerezza. Le donne vengono con la mano nella posizione dell’orante e della lode, mentre il discepolo amato è con loro. Sono state sotto la croce ed ora vengono dal sepolcro vuoto del Signore ed ancora nel cuore l’annuncio dell’angelo: “Non cercate tra i morti colui che è vivo”. Tutta la Pasqua qui è concentrata. Centro della fede cristiana, della Chiesa e, al contempo, messaggio di vita e di speranza per
tutti. C’è una comunità nuova che nasce. Se sospendiamo un attimo la simbologia teologica, c’è un passato che finisce e un nuovo che avanza. Sono raffigurate, infatti, due donne: una con la testa reclinata, il vessillo rotto, l’altra con la testa alta e la bandiera al vento, ma la novità è ancora ancor più rimarcata dalla croce gemmata. Non è un legno secco, ma fecondo di una vita che nasce. Non è stato inutile il sacrificio di Gesù. Ma non è atto magico, coinvolge. Ci sono persone uscite dall’anonimato che si sono esposte, rischiando per compiere il gesto pietoso della sepoltura del Nazareno, qui assunto nella solennità antelamica, vittorioso e nobile della vita spesa nel dono fino alla morte. Già irradiato dalla risurrezione, Giuseppe di Arimatea e il notturno Nicodemo sono una scossa per quella gente inerme che sta a guardare e dicono, con forza, che solo l’impegno personale e la testimonianza coraggiosa possono cambiare qualcosa e scuotere le coscienze. Tanto ispira questa “deposizione” e tanto le mie parole possono essere confutate, mantenendo però la dignità di un pensiero che si espande dal centro della fede nel Risorto, pertanto fruibile da tutti e a tutti rivolto. Diamoci tempo per gustare questo capolavoro, per fare entrare dentro qualcosa che ci intriga, per immedesimarci in qualche personaggio. Per respirare speranza. Per scegliere di esporci almeno un po’ per i crocifissi del mondo. Ma no, il campionato incalza e i tornei schiacciano bambini e famiglie e c’è da correre anche a Pasqua. Ma, almeno, una volta all’anno preferiamo speranza e pace a panem et circentes. Buona Pasqua!

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