ANALISI
È un’estate densa di annunci e di nuove o rivisitate strategie militari in Occidente che potrebbero ridefinire i rapporti politici ed economici tra alcune superpotenze e fornire nuove aspettative sull’andamento della guerra in Ucraina dopo tre anni di incessante devastazione territoriale e logoramento psicologico.
Vedremo, se anche questa volta, il presidente americano rimodulerà la percentuale dei dazi e farà qualche passo indietro che consentirà qualche margine di recupero nei mercati europei. Tuttavia, la strategia del capo della Casa Bianca è di utilizzare la guerra commerciale dei dazi per «fare cassa» e ripianare il deficit del bilancio federale che è il fulcro centrale, la vera motivazione di queste recenti iniziative contro l’Ue.
Un altro discorso riguarda l’annuncio previsto nella giornata di ieri sul cambio di programma riguardo l’assistenza militare americana all’Ucraina. Due settimane fa, l’amministrazione presidenziale americana aveva, infatti, ordinato la sospensione della consegna di alcune armi, nella speranza di far ragionare il presidente russo Vladimir Putin. In queste ultime ore, Trump ha detto di essere decisamente contrariato dall’atteggiamento dell’omologo russo, che «vuole prendersi tutto», «parla in modo gentile e poi la sera bombarda tutti», e ha aggiunto che non ritiene Putin un assassino, «ma è un tipo tosto, e questa cosa l’ha dimostrata negli anni. Ha ingannato Bush, Clinton, Obama. Non me».
Secondo il sito di notizie Axios, il nuovo piano americano consentirebbe al governo ucraino di passare da azioni difensive a quelle offensive (in realtà, già in atto con l’uso dei droni) attraverso l’utilizzo di «missili a lungo raggio in grado di raggiungere obiettivi in profondità nel territorio russo, inclusa Mosca». Questi missili si aggiungerebbero al sistema di difesa aerea Patriot, già in possesso dall’esercito ucraino grazie al contributo tedesco sinora implementato, ma che, secondo le parole del ministro della difesa, Boris Pistorius, non è più possibile fornire all’Ucraina per carenza quantitativa.
Oltre all’assistenza militare, il presidente americano durante l’incontro con il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha dichiarato che potrebbe anche imporre alla Russia «dazi molto severi» pari al 100 per cento di dazi secondari entro 50 giorni se non verrà raggiunto un accordo per fermare la guerra in Ucraina. Questa decisione dovrebbe avere ripercussioni più forti sull’economia russa perché riguarda anche i Paesi che acquistano le esportazioni dalla Russia, come l’acquisto del petrolio da parte della Cina e dell’India, grazie alle quali sinora la «Russia ha guadagnato centinaia di miliardi di dollari».
Nelle stesse ore a Kyiv, il ministro della difesa ucraino, Rustem Umerov, ha incontrato l’inviato speciale americano, Keith Kellogg, per parlare della produzione congiunta di armi in Ucraina e in Europa, delle esigenze dell’esercito ucraino e delle sanzioni contro la Russia.
Siamo dinanzi ad un ulteriore strappo nelle relazioni Usa-Russia oppure il filo rosso che lega le due amministrazioni non si è ancora lacerato del tutto?
Come ricordava il titolo dell’editoriale del quotidiano russo Kommersant’ qualche giorno fa, i due presidenti sono espressione di un «dialogo tra sordi» sulle questioni di natura politica e internazionale, soprattutto per il caso ucraino, mentre possono esserci punti di contatto su questioni di business.
Il primo aspetto da tenere in considerazione è che Trump e Putin non sono mai stati così amici, come una certa pubblicistica occidentale rimarcava, bensì capi di Stato orientati a perseguire il proprio interesse nazionale, soprattutto con una particolare attenzione agli atteggiamenti delle rispettive opinioni pubbliche.
Come ci insegnano gli studi delle relazioni internazionali, siamo nel classico esempio della teoria dei giochi del «chicken game» (gioco del pollo) dove tra i due avversari - Trump e Putin - vince chi è riuscito a far cedere l’altro su una posizione (appunto, la figura del pollo): una situazione che può prolungarsi, quindi, nel tempo perché nessuno vuole perdere.
Il secondo aspetto riguarda chi finanzierà l’invio di questi missili a lungo raggio in Ucraina. Dalle parole di Trump emerge che il costo dell’invio di queste armi offensive spetterebbe esclusivamente ai Paesi europei in quanto membri della Nato. Ne consegue che, secondo la strategia di difesa militare russa, il Cremlino potrebbe percepirlo come un diretto coinvolgimento dell’Alleanza nel conflitto, con reazioni di un immediato assetto difensivo della Russia e imprevedibili conseguenze sul piano dello scontro militare, richiamando in causa lo spettro nucleare.
Ma vi è un aspetto che merita di essere evidenziato. Perché Trump minaccia di applicare i dazi secondari entro 50 giorni durante i quali la Russia può continuare ad avanzare nel territorio ucraino, prima dell’arrivo della rasputiza (fango) autunnale? Perché Trump concede questo vantaggio competitivo al Cremlino pur dimostrando di continuare ad inviare armi all’Ucraina, pagate, però, dagli europei?
L’ex presidente del consiglio, Giulio Andreotti, riprendendo la frase di Papa XI, sosteneva che «a pensar male degli altri si fa peccato, ma spesso ci si indovina»: al momento, tra dazi e acquisto di armi da parte degli alleati pare che, ancora una volta, la Russia e gli Usa stiano sempre più accerchiando e indebolendo l’Europa, a spese della martoriata Ucraina.
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