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EDITORIALE

Un inizio d'anno difficile

Un inizio d'anno difficile

di Augusto Schianchi

10 Gennaio 2026, 15:19

L’inizio d’anno non poteva essere più complicato. Gli Stati Uniti hanno forzosamente «esfiltrato» il presidente del Venezuela Maduro, e questa azione è stata valutata -giustamente- come una violazione del Diritto internazionale (articolo 2).

Ci sono tuttavia due osservazioni che vanno ad integrare l’affermazione precedente: la prima riguarda l’articolo 51 sempre del Diritto internazionale, che afferma che ogni paese ha il diritto di difendersi. Con immediatamente un problema interpretativo: difendersi da cosa? Da un’invasione? O anche rispetto al «pericolo» di un’invasione? Perché, secondo quest’ultima interpretazione (lasciata volutamente ambigua dal Diritto internazionale), una qualche forma di autodifesa “preventiva” è, almeno in teoria, consentita. È questa la tesi della Russia rispetto all’invasione dell’Ucraina: il possibile allargamento della Nato all’Ucraina avrebbe rappresentato un’aggressione alla sicurezza della Russia medesima, da qui la motivazione giuridica dell’operazione speciale che di fatto si è tradotta nell’invasione militare dell’Ucraina.
Seconda osservazione, i capi di stati esteri non possono essere sottoposti a processo. Il presidente Maduro è un capo di stato, quindi sarebbe protetto dal Diritto internazionale.
Ma la questione diviene: Maduro è un capo di stato legittimamente eletto? Per le ultime elezioni del 2024, i sondaggi preelettorali prevedevano per l’opposizione una vittoria con il 70 percento dei voti. Poi, ad elezioni avvenute, Maduro ha dichiarato di aver vinto con il 51 percento dei voti, senza peraltro aver consentito ai rappresentanti dei partiti d’opposizione di partecipare allo spoglio dei voti. Un fondato dubbio di legittimità sui risultati elettorali ci può ben stare. In ogni caso, la Corte americana ha accusato Maduro di narcotraffico, qualificato dagli Usa come terrorismo, ed ha applicato il principio «male captus, bene detentus» (catturato male, propriamente detenuto). Un problema indubbiamente controverso, che senza dubbio emergerà in sede di processo.
Ulteriore aspetto non secondario, ma non meno importante, il Diritto internazionale non precisa chi dovrebbe applicare le sentenze emesse dal tribunale per la giustizia internazionale. Sempre in teoria dovrebbero essere le Nazioni Unite a tutelare la legalità internazionale, ma anche in questo caso c’è una palese asimmetria. Il Consiglio di Sicurezza, che sarebbe il responsabile del mantenimento della pace, è composto da 15 stati membri, di cui 10 a rotazione, ma 5 (Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Usa) sono permanenti e, soprattutto, hanno ciascuno il diritto di veto, anche a tutela di paesi alleati. (Ad esempio, gli Usa che offrono la propria protezione giuridica ad Israele).
Quindi il Diritto internazionale è una conquista della cooperazione mondiale, a sostegno della pace, che andrebbe rafforzata, e tutti gli sforzi dovrebbero essere indirizzati in quella direzione. Ma non dovrebbe mancare una sana dose di realismo nel percepire l’ambiguità interpretativa dei suoi fondamenti, evitando di assumere posizioni a suo sostegno solo quando conviene.
Esiste poi un ulteriore caso d’interesse del Diritto internazionale: l’intervento militare «su richiesta» da parte di un altro paese. È il caso dell’intervento della Russia in Siria nel 2015, a sostegno del regime di Bashar al-Assad, in contrasto con i gruppi jihadisti. Con quell’intervento, inizialmente aereo e con forze speciali (oltre a contractor privati), la Russia ha conseguito un successo strategico, garantendole per sé stessa una solida presenza navale. Un effetto collaterale rispetto al sostegno della Siria. (In seguito, di recente, Assad è stato cacciato, ma questa è un’altra storia).
Tuttavia, la strategia interventista di Trump sembra tutt’altro che esaurita. Il caso Maduro non è chiuso. Attualmente Maduro, detenuto in un carcere di New York con la moglie, è in attesa di un regolare processo come narcotrafficante (come a suo tempo il famigerato El Chapo), ma non è sicuro che verrà condannato. Perché il processo è governato da un giudice di grande esperienza e l’avvocato difensore è tra i più prestigiosi d’America.
Per parte loro, finora in Venezuela, gli Stati Uniti non hanno commesso l’errore dell’Iraq (di smantellare l’esercito), ed il potere è passato alla vice di Maduro, con tutto il resto immutato rispetto a prima, cioè sotto il controllo dell’esercito e -purtroppo- delle innumerevoli gang armate che operano incontrollate. Non a caso in questi vent’anni quasi un terzo della popolazione è fuggito dal paese. L’obiettivo prossimo venturo è quello di arrivare a nuove elezioni in tempi ravvicinati, per consegnare il paese ad un governo democraticamente eletto.
Trump ha messo -da uomo d’affari come si auto qualifica - l’occhio sul petrolio venezuelano, ma con alcuni rilievi. Il Venezuela è un failed state, ha debiti per 95 miliardi di dollari (il 115% del Pil), che dal 2017 ha smesso di ripagare, di cui 60 miliardi verso la Cina, da restituire in petrolio a prezzo scontato; Cina che, da tempo, ha smesso di erogare nuovi prestiti. È vero che il Venezuela è il primo paese al mondo (con il 17%) per riserve petrolifere, ma la produzione odierna è minima (meno dell’1% di quella mondiale, minore di quella libica, che nel ’98 era di almeno 3 volte e mezzo); altresì il petrolio venezuelano è scadente (ultra-pesante e viscoso, utile solo per diesel ed asfalti), e di difficile raffinazione per mancanza di capacità di produttiva. Gli impianti di estrazione, dopo le nazionalizzazioni di Chavez (a fronte di rimborsi concordati per 22 miliardi di dollari, mai ripagati, Eni inclusa) sono stati nel frattempo abbandonati e semidistrutti. Oggi le compagnie petrolifere americane pretendono per tornare “serie garanzie”, prima di investire decine di miliardi di dollari (77.6 miliardi di dollari secondo stime del 2021, oggi aggiornati a 110) per riattivare le estrazioni. Ci vogliono almeno 3 anni per la rimessa in esercizio, e tanti di più per generare guadagni, … «ma allora Trump non sarà più il presidente».
In ogni caso - nota Thomas Friedman sul New York Times - il petrolio del Venezuela, senza un ritorno ad una forma di democrazia decente, non sarà utile ai propri cittadini ed al loro futuro (che è la cosa più importante), e tutto sommato nemmeno al presidente Trump.
Non è solo il Venezuela (più le 2 petroliere sequestrate) il fronte aperto da Trump. Ci sono anche le pretese sulla Groenlandia, di grande delicatezza perché riguardano il conflitto con un alleato in ambito Nato. Il problema della difesa nell’Artico esiste, eccome. Non solo per la presenza russa, ma perché anche la Cina, che non è un paese geograficamente artico, né rivendica sovranità territoriali, ma si è autodefinito uno «Stato quasi-artico», con l’istituzione di una Via della Seta Polare. Esprimendo così l’aspirazione ad una compartecipazione diretta alla governance della regione.
Si ha quasi l’impressione che Trump, molto dubbioso sul successo della propria politica interna (in previsione delle elezioni di mid-term a novembre), voglia recuperare la propria credibilità personale con affermazioni (e presunte vittorie) in campo internazionale, andando a rafforzare lo status della leadership americana.
Peraltro, con non pochi rischi per gli Stati Uniti stessi, ed inevitabilmente alzando l’incertezza nel rapporto con i propri storici alleati, a partire quelli europei.

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