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Intervista

Lucarelli: «Grazia, il killer e la mia Parma»

Lucarelli: «Grazia, il killer e la mia Parma»

di Francesco Mannoni

30 Novembre 2021,18:23

Due corpi massacrati in bagno e una fragile e piccola infermiera terrorizzata, Marta, nascosta sotto il lavandino del cucinino, scampata alla furia omicida di un killer spietato. La mattanza continua con la morte di uno psichiatra soffocato con un sacchetto di plastica ed altri mentre il killer soprannominato l’Iguana, un pazzo trasformista che assume l’identità delle sue vittime, scappato dalla struttura psichiatrica in cui era detenuto, avanza sulle tracce di Grazia Negro, il coraggioso ispettore della Questura di Bologna, che arrestò lui ed altri criminali ripulendo la città da tanto lerciume malavitoso.

In «Léon» (Einaudi, 216 pagine, 17,50 euro - ebook 9,99) sesto episodio della serie dell’impavida poliziotta ideata da uno dei maggiori esponenti del giallo italiano, il parmigiano Carlo Lucarelli (oltre alla Negro, ha inventato l’ispettore Coliandro che da anni spopola in tv interpretato dall’attore Giampaolo Morelli, il commissario De Luca e il capitano Colaprico protagonisti di una cinquantina di libri tra romanzi e saggi), Grazia, che da poche ore è diventata madre single di due gemelline, deve nascondersi in un luogo segreto con le figlie e la scorta perché si teme che il killer la cerchi per vendicarsi. Con Grazia tornano alla ribalta anche Simone, il suo ex compagno non vedente che con la sensibilità uditiva supplisce alla mancanza della vista, e tutti i componenti del carrozzone della struttura giudiziaria bolognese.

Incalzante e agghiacciante questo bellissimo thriller rimbalza da un fatto all’altro in un diabolico gioco delle parti che agita le acque e le intorbidisce tanto che la realtà non è mai quella che sembra e quella vera stenta a venire a galla: quando avverrà sarà troppo tardi per evitare il peggio. E Grazia si ritrova isolata ed esposta con le sue gemelline alla diabolicità di una mente oscura che ha fatto del terrore il suo modus vivendi. È un thriller complesso, serrato e incalzante: un congegno narrativo perfetto in grado di suscitare paura, angoscia e raccapriccio pagina dopo pagina fino all’imprevedibile finale.

Abbiamo intervistato Carlo Lucarelli. «In questo thriller ho cercato di mettere insieme un’operazione con tante successioni che si rincorrono e accavallano aumentando la tensione - spiega Lucarelli -: c’è parecchia azione e si è sempre vicini all’orlo del burrone. Sono partito dall’idea che non abbiamo tesi precostituite e non esistono delle grammatiche definite, e scrivere un thriller è come ritrovarsi in un posto in cui usi tutte le lingue che conosci per farti capire. E mentre scrivevo non mi sono chiesto se di solito certe cose si fanno o no, oppure se un vero killer deve compiere sempre misfatti strabilianti: ho cercato solo di ideare un colpo di scena ad ogni pagina per tenere il lettore sveglio fino alla fine».

Anche in questo romanzo, la musica ha un ruolo fondamentale: come influisce sulla sua creatività?
«Moltissimo. In tutti i romanzi di Grazia Negro prima c’è sempre una canzone che fa coagulare l’idea. Avevo in testa parte della storia, ma ancora non ne avevo concepito la struttura. Poi ho sentito in tv i Melancholia, un giovane gruppo che cantava una canzone intitolata “Léon”, e ho realizzato tutta la follia che volevo avesse il personaggio che mi frullava in testa. Molto ho assimilato anche dalle mie due bambine decenni che ascoltano musiche assurde dal computer, dei vocaloid giapponesi che hanno delle voci stranissime. Ne ho sentita una che mi ha disturbato, ma anche quella mi ha ispirato molto per la storia che volevo raccontare».

Un poliziotto insolito Grazia Negro, intuitiva e decisa, ma anche tenera e protettiva: donna e madre prima ancora che poliziotto?
«Quando ho iniziato a scrivere di Grazia Negro, fare il poliziotto era considerato un mestiere per uomini in cui le donne trovavano delle difficoltà. Adesso non è più così, anzi lo era già da allora, ma testimoniavo di un pregiudizio che c’era. Ora Grazia Negro si trova a un bivio: deve scegliere di essere o una cacciatrice o una mamma. L’alternativa per lei è motivo di molti problemi che al momento non riesce a risolvere a causa del suo modo ossessivo di operare».

Quali sconquassi psichici concorrono a stravolgere la mente di un essere umano e farne un killer che solo uccidendo sembra calmare i suoi istinti?
«Sono tanti i motivi, tante le cose che possono concorrere, a cominciare da uno stato patologico. Stiamo parlando di individui malati, delusi anche da quello che gli succede attorno nella società, dal fatto di non trovare nessuno che li ascolti e dall’essere ignorati. Spesso si tratta di persone che hanno subito degli abusi in silenzio tutte le volte che gli succedeva qualcosa di brutto. Sono tante le caratteristiche particolari, e i romanzi di Grazia Negro hanno sempre a che fare con i serial killer: è lo squilibrato che le interessa perché lei è ossessionata dal dare la caccia ai “mostri”. Molte volte è quello che fa paura, perché uno che uccide per avere l’eredità dello zio come nei romanzi di Agata Christie, è una cosa che si può capire, ma lo squilibrato va oltre, impressiona perché è difficile capire quello che fa».

In questo romanzo i morti ammazzati sono parecchi: la ferocia umana ha superato quella di certe bestie?
«È sempre stato così. Ci sono sempre state mamme che uccidono i bambini e figli che ammazzano i genitori sin dai tempi di Giulio Cesare. Ripenso spesso a Pina Fort, che nel 1946 a Milano ammazzò la moglie dell’amante e i tre figli, uno di pochi mesi. È una delle cose più orribili che io riesca ad immaginare. Siamo sempre stati dei “mostri”. Nel periodo del delitto di Cogne, una madre che uccideva il figlio succedeva almeno una volta al mese. Forse significava che c’era un disagio nell’essere mamma in Italia in quel momento lì».

È reale la descrizione del non vedente Simone che “vede” attraverso una percezione uditiva molto sensibile?
«Ho conosciuto diverse persone non vedenti, compreso un professore di lettere dell’Università di Bologna, Paolo Giacomoni, cieco fin dalla nascita, che mi ha raccontato l’universo della cecità e un sacco di altre cose. Molte di ciò che dice il mio personaggio Simone, me le ha dette lui. Quando gli ho detto del romanzo, gli ho chiesto se poteva esistere una persona come Simone. Lui mi ha detto di non averne mai conosciute, però avrebbe potuto esistere: non ero andato così lontano».

Attraverso il personaggio del tassista lei racconta una Bologna di bellezze segrete e luoghi ancora incantati: dopo tanti anni che ci vive come le appare oggi la città “sazia e disperata”, come la definì il cardinale Biffi tanti anni fa?
«Mi sembra che non sia così sazia, e nello stesso tempo così disperata. Penso non sia mai stata né così sazia né così disperata. Il cardinale penso esprimesse un punto di vista tutto suo. Sono ottimista sul fatto che adesso a Bologna, un po’ di cambiamenti ci sono, e spero possa finalmente diventare una grande capitale della cultura europea, un grande laboratorio di progresso, ruolo cui ha sempre aspirato. Nei romanzi con Grazia Negro ho sempre analizzato e raccontato le trasformazioni di Bologna: in questo non l’ho fatto perché ho raccontato soprattutto la dimensione interiore. Allora ho avuto bisogno di un punto di vista esterno che è il tassista, una persona reale, un mio amico, che dice molte delle cose che metto in bocca al personaggio».

Cos’hanno in comune Grazia Negro, Coliandro, De Luca e Colaprico? Qual è il loro aggancio alla realtà?
«Hanno una costante: quella d’essere contradditori e assillanti perché sono ossessionati dal mestiere che fanno. Al di là di questo l’aggancio con la realtà è il momento storico in cui li colloco. De Luca è un modo di essere italiano nel periodo che registra la transizione dal fascismo al dopoguerra; Colaprico rappresenta gli italiani del periodo in cui siamo stati colonialisti; Coliandro è il tipico italiano di sempre. In ognuno di loro, come in Grazia Negro, c’è la materia in cui mi interessa scavare per risolvere i misteri».

Lei vive a Bologna ma è nato e ha vissuto anche a Parma. Ricordi?
«Torno spesso a Parma, la città meravigliosa di quando ero bambino. Ci vado da forestiero, da ex parmigiano: sono un turista della memoria che ritrova i posti amati. È bellissima Parma, grande, elegante città che deve continuare a mantenere la sua dimensione umana e parmigiana. Per capirla fino in fondo, per conoscere la Parma attuale, ogni volta che ci vado mi stacco sempre dalla mia Parma di bambino».

© Riproduzione riservata

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