il ricordo
L’ordito dei sentimenti davanti alla morte e alla morte di una persona cara si tesse sul telaio del silenzio e della preghiera. Papa Francesco ci ha lasciato all’improvviso, mentre la sua grave malattia lasciava presagire una senilità non lunga, con il difficile discernimento se rimanere nelle funzioni pontificie o se lasciare che altri assumessero tale peso.
L’ordito dei sentimenti davanti alla morte e alla morte di una persona cara si tesse sul telaio del silenzio e della preghiera. Papa Francesco ci ha lasciato all’improvviso, mentre la sua grave malattia lasciava presagire una senilità non lunga, con il difficile discernimento se rimanere nelle funzioni pontificie o se lasciare che altri assumessero tale peso. Ci ha sorpreso anche qui, costringendo a raccogliere sulla sua persona pensieri, suffragi e preghiere, nel primo giorno dell’Ottava di Pasqua, quando i rintocchi a morte, compreso il Baione del Duomo, si sono sostituiti ai rintocchi di Pasqua. In verità, senza annunciare realtà diverse tra loro: la morte e risurrezione del Cristo è primizia della nostra risurrezione in Lui. Una vicinanza, quasi identitaria – per quanto lo più una creatura – tra il Buon Pastore e il Pastore della Chiesa di Roma, tra le braccia stese sulla croce ad abbracciare il mondo e l’anelito alla pace, alla giustizia, all’ecologia integrale di papa Bergoglio.
Concentrando il mio pensiero su di lui, credo di cogliere qui la fonte e la ragione del suo ministero pontificio. Intendo il suo dialogo quotidiano con il Signore, tramite la lettura, la lectio, del Vangelo prima dell’alba, verso le quattro del mattino, dopo un sonno profondo – «dormo come un legno» ammetteva – propiziato senza l’ausilio della televisione che Papa Francesco, per un voto, non guardava mai. Il vangelo è parola viva, graffiante e consolante, illumina il cuore e il mondo che sta attorno. Da qui Papa Francesco iniziava il discernimento che si traduceva in gesti, scritti e cambiamenti. Il Vangelo è lettera che ha un mittente preciso, come preciso è il destinatario: tutti e ognuno. Così Francesco lo accoglie nel suo stato di religioso, gesuita, e porta alla Chiesa un’attenzione particolare a tratti caratterizzanti della sua vocazione, che diventano, già lo sono per certi versi, patrimonio comune della Chiesa, come il «discernimento» e la «conversazione nello Spirito». L’essere immigrato di seconda generazione. Dal Piemonte serio e cioccolatoso al Sud America.
Una somma di sensibilità, di memorie e di culture portano un linguaggio nuovo, fatto di immagini e di gesti spesso sorprendenti. Dal saldare di persona il conto per l’alloggio subito dopo la sua nomina, alle apparizioni in pubblico del giorno di Pasqua, così confortanti e rischiose. Passando da quella sortita in San Pietro, con un poncho appoggiato addosso, la maglietta in evidenza, che tanto lo ha fatto sentire prossimo alle nostre storie.
«Mio padre non sarebbe mai uscito così», mi confidava una cara signora che aveva accudito il genitore, quasi fino a cent’anni, ma ho pensato che suo padre, pur risoluto e imperioso, non lo fosse come Papa Francesco…
Modi e comunicazione che hanno travolto molte consuetudini, credo fatto impazzire la pur attenta sala stampa vaticana – orfana dei comunicatori del passato – e dato agio a tanti giornalisti di confezionarsi una loro figura di Papa Francesco, mentre altri cercavano di cogliere con l’integralità dei suoi interventi – cosa non sempre accaduta – anche lo spirito che li animava e l’intenzione profonda, ricavandone un’intensa comunione con tutta l’umanità, un afflato con il creato e con i fragili del mondo, segno di una compassione vera con ogni creatura. Proprio in queste ore gli uni e gli altri raccontano del Papa, mantenendo il loro proprio approccio e a loro rimando.
Personalmente ho incontrato Papa Francesco diverse volte, ma sempre «come uno dei tanti». Nel suo primo incontro, volle uscire in mezzo a noi vescovi, dopo averci salutato uno ad uno e iniziando lì l’approccio ad un insieme di Chiese locali che avevano generato alla fede i suoi avi e che forse Lui non conosceva appieno, se non come lo può uno che viene «dalla fine del mondo». I suoi interventi alle Assemblee Generali della Conferenza Episcopale Italiana sono stati all’impronta del dialogo e mentre si auspicava – come avvenne in altre occasioni – discorsi organici, Lui continuava in questo stile che confermò anche nella visita ad limina nel 2023, quando i prodromi della malattia si facevano sentire.
Il cammino sinodale della Chiesa universale, a lui tanto caro, ha segnato anche le Chiese che sono in Italia, lasciando un’eredità ancora da compiersi e una strada aperta che potrà portare frutti. Proprio nel silenzio e nella preghiera che detta la morte, emerge un profondo ringraziamento per il suo ministero e, come succede ai grandi, per un tesoro che ci affida da riscoprire dopo la sua morte. Un’ammirata meraviglia per la testimonianza di fede declinata nelle vicende della vita e nei contesti tragici del nostro tempo, riconfermando che, al di là di tutto e di tutti, chi fa il Papa è lo Spirito Santo, che manda alla Chiesa e al mondo il Papa di cui c’è bisogno.
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