Editoriale
L' attacco organizzato dai Servizi segreti dell’Ucraina (Sbu) agli asset della triade militare russa dello scorso 1 giugno ha ulteriormente confermato che siamo oramai dinanzi ad «guerra permanente a bassa intensità diplomatica, ma ad alta intensità militare». Questa situazione implica che il negoziato tra le due parti avverrà, come solitamente avviene in caso di guerra, sulla base della situazione sul campo che decreterà chi avrà perso e vinto la guerra. Ad oggi, la Russia ha attaccato l’Ucraina con un massiccio bombardamento di oltre 500 droni, una ventina di missili Iskander e Kalibr su obiettivi dell’industria militare ucraina mentre il governo di Kyiv continua, sempre attraverso l’utilizzo dei droni, ad attaccare basi militari russe.
Ne abbiamo avuto una dimostrazione recente con il caso della Renault, che in accordo con una piccola-media impresa francese del settore difesa, aprirà stabilimenti in Ucraina per produrre droni per l’esercito ucraino e quello francese, creando una “partnership senza precedenti”.
Allo stesso modo, ieri il presidente Putin durante il Consiglio dei ministri ha affermato che «entro la fine dell’anno sarà creata una categoria separata di spazio aereo (almeno 20 porti) per i droni».
Nonostante questa nuova tendenza dell’industria militare a livello internazionale, la maggior parte degli analisti e dei politici non ha escluso nei giorni scorsi il fatto che la triade (presidente della Federazione, ministro della difesa e capo di Stato maggiore delle forze armate) del Cremlino - da cui dipende «la sicurezza dello Stato dei cittadini russi» - possa ricorrere alla bomba nucleare per “vendicarsi” dell’attacco subito 10 giorni fa.
Questa preoccupazione nasce evidentemente da una lettura superficiale della nuova dottrina nucleare russa, da evidenti ambiguità presenti nel testo in lingua russa e dalla pessima abitudine di applicare i nostri schemi decisionali e comportamentali ai leader e ai paesi che hanno un diverso approccio cognitivo e culturale ai fenomeni politici, sociali ed economici. In che cosa consiste, quindi, la dottrina nucleare russa e perché era abbastanza prevedibile che Putin non l’avrebbe applicata dopo l’attacco ucraino?
Partiamo dai passaggi che hanno dettato l’allarme in Europa. In primo luogo, il documento attesta che la Russia «potrebbe prendere in considerazione l’uso di armi nucleari» sulla base di «informazioni attendibili» sul lancio massiccio di missili, droni e armi d’attacco aerospaziali ovvero anche in caso in cui la Russia sia attaccata con armi convenzionali che rappresentano «una minaccia critica». È comprensibile che queste righe abbiano generato una forte preoccupazione a tal punto da avviare una serie di telefonate tra Washington, Mosca e la Santa Sede per comprendere sino a che punto Putin fosse intenzionato o meno a ricorrere all’atomica.
In secondo luogo, la nuova dottrina nucleare sancisce che «l’aggressione contro i russi da parte di uno Stato non nucleare con la partecipazione a sostegno di uno Stato nucleare, viene considerato come un attacco congiunto alla Federazione russa», ampliando la categoria degli Stati e delle alleanze militari contro cui viene esercitata la deterrenza nucleare. Si tratta di un principio che ha generato un lungo dibattito nei governi occidentali sull’opportunità di fornire al governo ucraino un’adeguata assistenza militare che possa determinare un attacco nel territorio russo, scongiurando una reazione nucleare della Russia. Da qui l’importanza di comprendere se l’attacco ucraino fosse stato congegnato e organizzato con la diretta partecipazione di uno Stato alleato come il Regno Unito, la Polonia e la Francia e all’oscuro (opzione remota) dell’amministrazione presidenziale americana.
In terzo luogo, tutti i documenti della dottrina militare e non solo nucleare attestano l’uso dell’arma nucleare solo ed esclusivamente in fase difensiva e non offensiva, motivo per cui analisti, politici e giornalisti potevano facilmente cadere nell’errore di diffondere “l’allarme nucleare” nelle opinioni pubbliche occidentali.
Fatta, quindi, questa premessa sulla base dei documenti ufficiali russi, bisogna collocarli all’interno della situazione politica interna russa e internazionale e, soprattutto, all’esclusività della scelta in capo al presidente della Federazione russa.
Il nuovo testo della dottrina nucleare, entrato in vigore nel settembre 2024, rappresenta un documento pubblico di vitale importanza per la difesa della sovranità nazionale territoriale dove il carattere difensivo è associato ad un maggiore criterio di discrezionalità dei decisori che sulla base di “informazioni attendibili” valuteranno se e come reagire con armi nucleari, abbassando di conseguenza la soglia di utilizzo dell’arma nucleare.
E così, oltre a quello che è sancito nei documenti, entra in gioco la discrezionalità del presidente russo nella gestione dell’escalation che implica il monitoraggio dei diversi livelli di conflitto per evitare il confronto diretto con la Nato, puntando al fear-inducement degli alleati dell’Ucraina in attesa della prossima mossa di Donald Trump. Sino ad un anno fa, Putin ha considerato la situazione in Ucraina al pari di una “guerra regionale”, che rappresenta il limite oltre al quale si passa a quella “su larga scala”, come avverrebbe nel caso di uno scontro diretto con la Nato. L’impiego di armi convenzionali russe per colpire le infrastrutture energetiche e civili ucraine ha sinora avuto lo scopo di destabilizzare l’avversario per indurlo a trattare e scoraggiare la popolazione, limitandosi a minacciare l’utilizzo di armi nucleari come dimostrazione che si è disposti ad aumentare la propria violenza: in tutti questi casi, la priorità è “contenere” l’avversario affinché non si oltrepassi quella linea rossa dei livelli di conflitto.
Tuttavia, dopo la concessione degli Usa agli ucraini di lanciare «armi a lungo raggio di fabbricazione occidentale sul territorio della Federazione russa», Putin ha annunciato che «il conflitto regionale in Ucraina, provocato dall’Occidente, ha acquisito elementi di carattere globale» che richiede un ripensamento su quali armi utilizzare per indebolire il nemico. Ed ecco che a tal riguardo è entrato in gioco nel novembre 2024 il missile “Oreshnik” in «condizioni di combattimento in risposta alle azioni aggressive dei paesi Nato nei confronti della Russia» con una velocità Mach 10 di 2,5-3 chilometri al secondo che nessun sistema di difesa aerea nel mondo può intercettare e abbattere.
In questo modo il capo del Cremlino ha rassicurato l’opinione pubblica russa sul fatto di possedere armi sofisticate, che nemmeno il nemico statunitense può contrastare, e mandato un chiaro segnale politico all’amministrazione americana sulle linee rosse da non oltrepassare.
Se ai documenti e alle strategie sinora adottate dalla Russia, aggiungiamo la “variabile Putin” abbiamo maggiori elementi per comprendere i motivi per cui difficilmente il presidente russo utilizzerà una bomba nucleare in questa fase della guerra.
Come si evince, infatti, da un’analisi del Battle Damage Assessment gli aerei colpiti durante la “operazione ragnatela” ucraina sarebbero 5 Tu-95, 2 Tu-22 e 1 An-22, un esito ben lontano dal “forzato” paragone con quanto accaduto a Pearl Harbor nel 1941. Non avrebbe alcun senso, pertanto, ricorrere all’atomica per “vendicarsi” delle perdite subite, potendo trovare una soluzione che eguaglierebbe, non solo scenograficamente, l’attacco ucraino come i missili Oreshnik consentono.
Inoltre, Putin ha sempre sostenuto che Russia non intende emulare gli americani - gli unici al mondo ad avere utilizzato la bomba nucleare -, perché dispone di armamenti molto più sofisticati di quelli americani che impatterebbero quanto un’arma nucleare. Basti pensare a tutte le modalità che ormai la “guerra ibrida” può consentire a qualsiasi paese attraverso azioni di spionaggio, sabotaggio, droni, attacchi cibernetici e strumenti dell’intelligenza artificiale.
Il dato politico della situazione che si è venuta a creare non è, tuttavia, rassicurante perché sono in corso le revisioni delle dottrine nucleari delle superpotenze, la Nato ha dichiarato che è “preparata per ogni eventualità” e sono stati sdoganati concetti come “deterrenza nucleare” o “bomba nucleare” che incutevano timore sino a qualche anno fa.
È vero che la risposta russa all’attacco ucraino non è ancora del tutto compiuta e si conta sull’offensiva estiva per avvicinare sempre più l’esercito ucraino alla resa; è bene non cadere nel terrorismo psicologico della minaccia nucleare ovvero nella presunzione di diffondere verità assolute, ma auspichiamo che i politici occidentali applichino il «giusto mezzo», tenendo ben presente che nessuna reazione può essere sottovalutata quando si tratta di «togliere il miele» all’orso russo.
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