Personaggi
Crede che non sia solo una coincidenza, se a 60 anni esatti dal giorno del suo battesimo la divisa da vigile del fuoco riposerà nell'armadio e inizierà una nuova fase della vita.
Crede anche che pompiere si resti per sempre Gabriele Graiani, da mezzanotte ex numero 7 del Comando provinciale dei vigili del fuoco di Parma. Crede e ha creduto - in quasi 38 anni di servizio - nella passione, nella professionalità, nell'aiuto come missione, nello guadagnarsi quotidianamente la fiducia e la stima dei colleghi e della squadra: «Qui ciascuno mette nelle mani dell'altro la propria vita».
E a proposito di «credo», lui si è affidato sin da subito alla patrona Santa Barbara. «Non ho mai considerato il 4 dicembre solo un rito annuale, ma un giorno dal significato profondo - racconta - E quante volte l'ho invocata...». Nella buona e nella cattiva sorte: l'ultima volta la preghiera dei vigili del fuoco l'ha recitata al microfono, senza fogli in mano, in occasione dell'intitolazione del distaccamento di Fidenza all'amico e collega Giorgio Gardini. Perché in questi anni la divisa che tanto gli ha dato, qualcosa si è anche presa.
Cornigliese d'origine, Graiani ha iniziato la sua storia di vigile del fuoco per caso e poi - incastro dopo incastro - è stato impossibile non considerarlo un destino. «Non avrei mai pensato che nella mia vita lavorativa avrei avuto il privilegio di un'esperienza così straordinaria», ammette. Gli studi erano stati quelli da geometra, «ma non ho mai avuto la smania di stare dietro alla scrivania. Io, poi, che sono un montanaro...». All'inizio aveva ovviato con qualche lavoretto - camionista, movimento terra..- poi dal suggerimento di un amico è arrivata la scelta che avrebbe cambiato tutto.
«Ho presentato domanda per il servizio militare nei vigili del fuoco e l'ammissione è stata una sorpresa. Chi è che da bambino non ha mai desiderato indossare quell'elmetto?», sorride. «Sono entrato come ausiliario ed è partita subito un'intensa esperienza sul campo. Poi, proprio durante la leva, è uscito un bando di concorso per vigili del fuoco permanenti». E lui a quel punto sapeva già cosa fare.
«Sono stato mandato a Parma - ricorda - Visti i lavori precedenti, all'inizio ero autista dei mezzi di soccorso. Era l'anno della grande nevicata in Valtaro e Valparma e andavamo a liberare i tetti per alleggerirli e puntellarli». Quello l'inizio. Poi una carriera fatta di «stellette» da una parte - capo squadra nel 1998, caporeparto nel 2011, capo distaccamento e poi funzionario responsabile a Langhirano, capoturno a Parma nel 2014 col turno C - e di esperienze di soccorso che lo hanno portato in tutta Italia dall'altra. Sempre vissute con lo stile che lo contraddistingue: sensibilità, senso di responsabilità, capacità di immedesimarsi a fondo nelle piccole o grandi tragedie con cui è venuto a contatto. Mai dimenticando che serve lucidità per prendere decisioni in situazioni di emergenza.
E' lo spirito che lo ha accompagnato dall'alluvione del Taro nel 1982 al disastro della Val di Stava nel 1985, dalla frana più grande d'europa nella «sua» Corniglio, al terremoto in Umbria e nelle Marche e alla frana di Sarno. Nel frattempo metteva a curriculum anche i corsi del percorso Saf- speleo alpino fluviale, organizzati dal comando regionale, tra i primi in Italia. Fino a realizzare il suo sogno: l'elicottero e la qualifica Saf 2 B, la specializzazione in interventi in altezza da traliccio o calandosi abbinando tecniche di alpinismo e tecnologia.
A quel punto - dal 2016 e fino a ieri - la base è diventata il Reparto Volo di Bologna, dove ha ricoperto il ruolo di Responsabile operativo Elisoccorso. «L'elicottero è una macchina bellissima - gli brillano gli occhi -. Chiudo la mia carriera da Elicotterista Ispettore Esperto, 700 ore di volo sulle spalle». E da quell'altezza ha visto la devastazione dei terremoti dell'Aquila, dell'Emilia e del Centro Italia, la trappola di neve in Emilia nel 2012 e nel Centro Italia nel 2017. Fino allo scoppio della cisterna di Gpl sul raccordo A1-A14 a Bologna e, poco prima, la tragedia del Morandi: «Non ci avevano detto che si trattava proprio di quel ponte. Poi siamo arrivati su quella distesa di macerie... Dall'alto vedi quei crolli e ti immedesimi immediatamente in chi è lì sotto ad elaborare un lutto o la perdita di qualcosa».
Si affastellano i ricordi, e sono soprattutto quelli di gesti di affetto e gratitudine. L'anziana imprigionata dalla neve altissima in una frazione dell'Ascolano, «e le braccia allargate con cui ci ha accolti quando siamo riusciti ad aprire un varco. In elicottero le ho tenuto la mano e una volta scesi mi ha dato un bacio». Gli sguardi delle persone «aggrappate» a lui verso il cielo, messe in salvo col verricello.La com-passione con cui è stato presenza discreta ma partecipe sul luogo di incidenti dal finale tragico. «In questi giorni, poi, vedendo i profughi ucraini, mi è capitato di ripensare alla guerra in Albania: anche allora arrivarono persone in fuga dal conflitto. A Parma ne avevano alloggiati diversi all'aeroporto. Ricordo le chiacchiere con un signore distinto, laureato,un professionista che non sapeva più niente del futuro. Sono esperienze che ti segnano».
«Non sarei ciò che sono senza l'amore dei miei genitori: l'orgoglio dimostrato da mio padre, l'accoglienza di mia madre anche nei momenti difficili della mia vita... - si commuove - . E il sostegno di chi fino ad oggi ha costruito con me un'altra famiglia».
L'ultimo pensiero è per superiori e colleghi. «Ho apprezzato in tanti di loro la lealtà, la perseveranza, la forza d'animo, la professionalità, la certezza di potersi fidare l'uno dell'altro anche nel pericolo». «Spero sia stato così anche per loro», si augura. Nello stile Graiani.
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