Intervista
Lo definiscono molti titoli, ma soprattutto le azioni compiute nel tempo, che si riflettono nel suo quotidiano. Quando risponde alle domande, Roberto Fieschi, fisico della materia, professore emerito dell’università di Parma, medaglia d’oro del ministero della Pubblica istruzione, Premio Sant’Ilario per il suo impegno nello sviluppo dell’Istituto di Fisica dell’Ateneo e dei centri di ricerca sulla struttura della materia, si sofferma più sui limiti che sulle sue oggettive conquiste, scientifiche e umane. Negli anni ‘70 ha diretto il Laboratorio Materiali speciali per Elettronica e Magnetismo del Cnr, curandone la formazione e lo sviluppo e la sua attività scientifica ha toccato i raggi cosmici, la fisica molecolare, termodinamica dei processi irreversibili, meccanica statistica e fisica dello stato solido. I risultati più interessanti delle sue ricerche sono le realizzazioni di due metodi per lo studio delle imperfezioni reticolari dei cristalli ionici. Da poco ha pubblicato, per Mup Editore, il volume «E come potevamo noi cantare. Appunti e riflessioni sugli ultimi cento anni», che raccoglie alcuni degli articoli che ha pubblicato, negli ultimi 10 anni, su diversi quotidiani online. Esortando i lettori a un’assunzione di responsabilità di fronte alle circostanze della contemporaneità (lo ha fatto anche sulle pagine della Gazzetta di Parma), lo scienziato, nella quiete del suo soggiorno, in cui si scorgono libri, fotografie e un mappamondo gonfiabile, ripercorre il suo cammino personale, che si intreccia ai fatti del mondo.
Professore, negli anni ha pubblicato diversi articoli per la diffusione della cultura scientifica, dimostrando un’evidente dote nello scrivere. Qual è il punto d’incontro tra scienza e scrittura?
«Dalla pubblicazione di articoli sulle ricerche che si compiono si impara un linguaggio essenziale, cioè fatti, non commenti generici e non ridondanze. Questo, nel mio caso, probabilmente, è accaduto anche quando ho scritto di questioni sociali, politiche e letterarie».
Eppure, la scienza e il mondo umanistico sembrano sempre due poli ben distinti. Lei è un’eccezione?
«Tra coloro che si occupano di ricerche scientifiche, i fisici, in media, nel mondo e non solo in Italia, sono quelli più aperti agli aspetti umanistici, come la musica, la letteratura, la società, la politica e la storia; in media, tra di loro c’è un livello di apertura e formazione di base abbastanza ampio».
Qual è la ragione?
«Non lo so (sorride, ndr). I fisici, come campo di ricerca nelle scienze della natura, sono quelli che vanno ai fenomeni più essenziali, ma non so come questo possa connettersi con la supposta, da me, apertura mentale maggiore. Forse, è proprio questa abitudine a essere legati ai fenomeni essenziali, ma è una risposta su cui ho molti dubbi».
Dal 2012 scrive analisi ed editoriali, raccolti nel suo ultimo libro, per StampToscana e 7per24.it, due quotidiani online. Cosa la affascina della rete?
«Niente. La rete mi terrorizza, ma è anche molto comoda, perché quando scrivo qualcosa e devo verificare dei dettagli sulle date o su alcuni avvenimenti, su cui ho idee non del tutto precise, il web diventa una conquista essenziale. Ma il computer e il telefono mi angosciano un po’ per una forma di incompetenza tecnica: ho quasi 94 anni e sono troppo vecchio (sorride, ndr)».
Lei è stato tra i fondatori dell’Unione scienziati per il disarmo, di cui fa ancora parte. Ritiene che, sul conflitto in Ucraina, gli esperti come voi siano stati interpellati troppo poco?
«Certamente sui media domina, dalle varie parti, una propaganda non sempre critica e, anzi, molto orientata. Premesso che la responsabilità della Russia è innegabile, raramente c’è un’analisi anche delle responsabilità dell’Occidente, che ha commesso delle imprudenze, o delle violenze che sono state commesse in Donbass. Le guerre non si fanno, ma per avviare una soluzione è necessario capire meglio».
Abbiamo superato i 100 giorni di conflitto. Si è parlato tanto della minaccia nucleare: che cosa rischiamo realmente con questa guerra?
«Secondo me non c’è un reale rischio di uso di armi nucleari e spero di non sbagliarmi. Ci sono quelle strategiche, che hanno Russia e Stati Uniti, che servono come armi dissuasive e che presentano una quantità di violenza esplosiva inimmaginabile, più potenti di quelle che distrussero Hiroshima e Nagasaki. In questo caso, se venissero utilizzate, l’umanità non scomparirebbe come dicono in molti, ma ci sarebbero delle distruzioni non immaginabili e non giustificabili da nessun punto di vista (città come Mosca, Shangai o New York verrebbero spazzate via). Poi ci sono quelle piccole, paragonabili alle bombe sganciate sul Giappone, o meno, le cosiddette armi tattiche, ma credo che tutte le parti abbiano un minimo di coscienza e non ritengano utile avventurarsi su quel terreno. Nel libro dedico un po’ di spazio allo studio dello sviluppo delle armi nucleari: quando c’era la Guerra Fredda sono andato in tante scuole e a tanti festival dell’Unità a parlare della necessità di fermare la corsa agli armamenti e da allora mi è rimasto questo tipo di atteggiamento di dialogo con un pubblico non tecnico sulle questioni del rischio».
Nel suo volume scrive: «Di fronte al degrado morale, alla desertificazione spirituale e agli scempi sotto gli occhi di tutti, non si dimentichi che esiste una parte consistente della nostra società che non vive accecata dalla ricerca sguaiata di potere e ricchezza. A loro penso con ammirazione e riconoscenza». A chi si riferisce?
«In primo luogo a papa Francesco, ma anche a Medici senza frontiere, Gino Strada con Emergency e la Caritas. Questi sono i semi della speranza in un mondo così pieno di tensioni e di egoismi. Non sono tantissimi, ma non sono neanche trascurabili».
Lei ospita, in casa sua, una migrante e il suo bambino di sette anni, che compare, in foto, nella copertina dell’ultimo libro.
«Fanta e Ibrahim sono due persone fuggite dall’Africa subsahariana, arrivati in Italia con le carrette del mare. Io ho questo atteggiamento concerned (preoccupato e di cura, ndr), che hanno anche molti altri e ho pensato che fosse troppo facile parlare senza fare niente. Don Milani si chiedeva che cosa servisse avere le mani pulite se si tengono in tasca. Così ho pensato che non volevo fare schifo a me stesso, che era necessario cercare di fare qualcosa e mi sono messo in contatto con gli enti che si occupavano del loro caso; ho dato la mia disponibilità e sono arrivati. Ora sono più di tre anni che vivono qui e sto facendo ripassare le tabelline a Ibrahim. Spero che trovino la loro strada, lo desiderano anche loro».
Qual è stato, negli anni, lo studio scientifico che l’ha affascinata di più?
«Il campo di cui mi occupavo e che ho cercato di sviluppare, anche attraverso i miei allievi o i colleghi più giovani, è la fisica dello stato solido. Ero di formazione un fisico teorico, ma a un certo punto ho cercato di organizzare un gruppo di ricerca sperimentale (una nicchia rispetto ai grandi problemi della fisica). C’è stato un periodo in cui, insieme a un mio collaboratore abbiamo avuto un’idea abbastanza interessante e originale e sviluppammo una tecnica di ricerca su alcune proprietà dei materiali isolanti;avemmo un certo successo. Poi, però, mi sono un po’ perduto negli aspetti organizzativi, che mi hanno sopraffatto, lasciando troppo in disparte la ricerca. Curare lo sviluppo del Dipartimento, Creare un laboratorio del Cnr, i molti impegni nazionali, come la partecipazione ai Comitati del Cnr e l’impegno politico mi hanno un po’ distratto e ho combinato meno».
C’è mai stato un momento nella sua vita di scienziato in cui ha avuto timore di non portare a compimento una ricerca a cui teneva in modo particolare?
«No, mi sono reso conto di alcuni miei limiti culturali e questo mi ha un po’ rallentato. Però, non si può fare tutto a questo mondo».
Cosa sarebbe potuto diventare nella vita se non fosse stato un fisico?
«Mi piacevano tante cose, prevalentemente sul versante scientifico. Avrei potuto occuparmi di scienze biologiche, che era la disciplina che iniziava a offrire le possibilità di scoperte più importanti, ma anche la chimica. Avevo un arco di interessi abbastanza ampio e in un certo periodo volevo studiare la filosofia della scienza, poi, per fortuna, ho mollato, anche perché pensavo che fosse più concreto farla la scienza, che non studiarne la sua filosofia (ride, ndr). Ho avuto dei professori eccezionali, come Giulio Preti, uno dei principali filosofi del secolo scorso, che aveva un atteggiamento di forte apertura verso la scienza e questo, probabilmente, mi ha influenzato. Questo è stato uno degli orientamenti che poi ho cambiato, cercando di fare la scienza vera, nei limiti delle mie capacità».
La fisica è per tutti?
«Sì, credo di sì. È un po’ come la matematica: non è che una persona non la capisca, semmai vuol dire che non è stata spiegata bene. È questione di normale funzionamento del cervello, poi sì ci sono quelli più o meno intelligenti, come nel gioco degli scacchi. Ma la fisica non presenta ostacoli insuperabili».
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