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C'era una volta

I tuffi all'Enal e il dancing della Raquette: quelle estati anni '60

I tuffi all'Enal e il dancing della Raquette: quelle estati anni '60

04 Luglio 2022,03:01

«I migliori anni della nostra vita». Non sono solo le parole della magnifica canzone cantata da Renato Zero, ma rappresentano il leit motiv di quegli ex giovani che vissero quei magici anni contrassegnati da un rigenerante boom economico che favorì in modo particolare quelle classi sociali che uscirono dalla guerra più provate. Miracolosamente, anche gli operai poterono salire in auto ( le Fiat 600 e 500 ) concedendosi, in agosto, una settimana al mare a Rimini con la famiglia, percorrendo la mitica «Autostrada del sole» che, a quei tempi, data l’ ampiezza, rispetto alle altre arterie, ci faceva sentire tanto americani. Iniziarono ad arrivare anche nelle case più modeste i primi elettrodomestici acquistati a rate. Eventi socio-politici portarono ad un radicale cambiamento di vita attraverso quella rivoluzione culturale, un vento del nord, che contagiò tantissimi giovani di quel periodo. In meglio o in peggio? Come sempre, ai posteri l’ardua sentenza.

Resta il fatto che, chi attraversò quegli anni da ragazzo, ancor oggi, ne serba un ricordo stupendo, quasi fiabesco. Non solo perché c’era di mezzo l’età verde, ma anche perché aleggiava intorno un che di entusiasmo, voglia di vivere, di divertirsi, di cantare, ballare, fare l’amore. Comparvero le prime minigonne, certi tabù cominciavano a diradarsi, si faceva strada una voglia di trasgressione e di libertà che, per certi aspetti, portò anche a derive molto pericolose e tragiche. Ebbene, noi che sognavano sulle note dei Beatles, dell’Equipe 84, dei Giganti e dei Nomadi. Noi, che avevano negli orecchi le poetiche parole delle immortali canzoni di Sergio Endrigo, Mal, Lucio Battisti, Gino Paoli, Luigi Tenco, Luciano Rossi, Fabrizio De Andrè. Noi che a scuola pensavamo alla politica, alle ragazze e molto meno allo studio.

Noi, che credevamo che Parma fosse l’ombelico del mondo. Noi, che disubbidendo alla mamma, mangiavano il gelato in spiaggia prima di fare il bagno. Noi, che attendavamo il sabato pomeriggio per fare una vasca in via Cavour. Noi, che entravamo da «Pepèn» e ci rimpinzavamo di tartine e «carciofa» pagando un solo panino. Ma il grande «Pepèn» lo sapeva!!! Noi, che ci sbucciavamo ginocchi e braccia (specie i portieri) in agguerrite partite di calcio in Cittadella, sotto l’occhio vigile del custode del parco Adriano Catelli, per fare i fenomeni con quelle ragazzine che ci degnavano si e no di uno sguardo dalla rete del campo per poi proseguire con le amiche la loro pomeridiana passerella in bici sui bastioni.

Noi, che eravamo impegnati in politica nelle varie organizzazioni giovanili quando il Pci era rosso, la Dc era bianca, il Msi era nero ma avevano un’anima. Noi, che organizzavamo le festine private utilizzando il giradischi a valigetta «Geloso». Noi, che facevamo la colletta (dai risultati molto modesti) per acquistare le paste da offrire alle ragazze che invitavamo alle festine. Noi, che facevamo razzia delle lanternine che venivano posizionate sui cavalletti dei lavori in corso per illuminare in modo intimo la stanza in cui si effettuavano le nostre festine. Noi, che battezzavamo «tappezziere» (poiché faceva da tappezzeria) quel nostro amico che non ne azzeccava una con le ragazze ed era costretto a metter su i dischi consolandosi in un angolo con la radiolina appiccicata all’orecchio per sentire i risultati delle partite di calcio.

Noi, che, come drink, avevamo il Martini bianco e rosso, il Biancosarti, il Ballantines ed, ovviamente, le innocenti gasose per le ragazze anche se qualcuna osava assaggiare un «peccaminoso» superalcolico o fumare una «trasgressiva» sigaretta. Noi, che iniziammo a fumare di nascosto le Nazionali (che si potevano acquistare sciolte) ma che, alla domenica, passavamo alle Kent, Turmac, Marlboro o Muratti che venivano accese con un accendino alimentato da un gas che puzzava di cipolla. Noi, che ci sentivamo battere il cuore quando si avvicinava il momento del fatidico incontro con quella biondina o quella morettina con la quale, la domenica prima, avevamo ballato un lento accarezzato dalle note di «Lady Jane» dei Rolling Stones.

Noi, che, come ricorda Romano Bria (mitico portiere di tante squadre amatoriali ed ex ragazzo anni sessanta), frequentavamo, come nel suo caso, l’Avviamento sullo Stradone, oppure il Melloni, il Romagnosi, il Marconi o il Maria Luigia e, tra «fogoni» e mai contate ore al tavolino del bar, ci scervellavamo per trovare la ricetta volta cambiare il mondo, non capendo che era il mondo che stava cambiando noi. Noi, che nella cartoleria Gialdi di via XXII Luglio o in quella delle Sorelle Bocchialini in via Sauro, acquistavamo un quinterno di fogli protocollo per il compito in classe, sia per la «bella» che la «brutta» copia.

Noi, che andavamo a ballare al King in via Paisiello, all’Aup in via Cavestro o alla «Raquette» di via Racagni in sella, quando andava bene, ad una bici o un motorino. Noi, che le serate estive, profumate dai tigli, le trascorrevamo nella gelateria della Centrale del Latte, gustando i gelati o i frappè di Carlo e Gabriella Gazza mentre il jukebox diffondeva le canzoni di Gianni Morandi. Noi, che vivevamo l’ebbrezza del «calcinculo» dei baracconi che, per San Giuseppe, si posizionavano in via Costituente ed, in estate, in Cittadella. Noi, che non rinunciavamo ai ceci caldi di Cero che versava in un imbuto di carta con il mestolo che affondava in un gigantesco pentolone. Per poi coronare questa liturgia con l’immancabile spruzzata di sale. Noi, che in estate andavano a «grottare» (catturare i pesci a mano) nella Parma e a fare il bagno al «marèt» o nel fondone sotto il Ponte Dattaro.

Noi, che andavano in piscina al Coni mentre i «pu povrètt» frequentavano l’«Enal» dove affittavano gli slip da bagno. Noi, che quando andavamo in gita scolastica, la mamma, ci preparava i panini con la frittata e la cotoletta impanata. Ed, anche se la meta della gita era il mare, di nascosto, ficcava dentro il sacco un pullover con le maniche lunghe.

Noi, che nell’osteria del Sordo, facevamo «beccatine» notturne a base di pane, salame, alici piccanti e «sigòlli machi» e bevevamo il vino «in-t-al scudlén» rivivendo i ricordi dei nostri nonni. Noi, che nelle afose serate estive, fino a tarda notte seduti ad un tavolino del Barino, avevamo la sensazione d’essere a Forte dei Marmi.

Noi, che ci fermavamo dinnanzi alla bacheca esposta a fianco dell’ingresso dello studio fotografico del mitico ed indimenticabile Gian Luca Montacchini per vedere, se tra le foto esposte, c’era quella di quella «stronzetta» che ci aveva fatto il bidone affermando che era andata con i genitori alla prima al Regio. Noi, che, prima degli esami, accendevano una candela nella «Céza dal Bambèn» di barriera Farini. Noi, che abbiamo vissuto i migliori anni della nostra vita: i magici, irripetibili e fantastici anni sessanta parmigiani!!!

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commenti 4
  • gfrancoferrari

    04 Luglio 2022 - 06:53

    poi arrivarono i pedagogisti, gli educatori, gli animatori, le famiglie coinvolte nella formazione nelle scuole, il divorzio, l'aborto ed una schiera di giovani drogati delinquenti.

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  • mauisal

    04 Luglio 2022 - 06:22

    Bellissimi ricordi veramente

    Rispondi

  • Frank

    04 Luglio 2022 - 05:48

    ...bei tempi, eravamo felici e non lo sapevamo.

    Rispondi

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