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Intervista

Balasso fa Ruzante a Roccabianca: «È sempre tempo di amori e di guerre»

Balasso fa Ruzante a Roccabianca: «È sempre tempo di amori e di guerre»

di Claudia Olimpia Rossi

10 Febbraio 2023, 03:01

Balasso fa Ruzante (Amori disperati in tempo di guerre), domani al Teatro di Roccabianca, nel testo da lui scritto ed interpretato “ruzzando” tra i canoni espressivi del commediografo Angelo Beolco. Con una lingua obliqua, che dal Cinquecento arriva diretta ai nostri tempi di altri amori disperati e nuove guerre, Natalino Balasso, attore e scrittore - da marzo sul grande schermo con «Il ritorno di Casanova» di Gabriele Salvatores - in questa coproduzione di Teatro Stabile di Bolzano ed ERT Teatro Nazionale diretta da Marta Dalla Via, in scena insieme ad Andrea Collavino e Marta Cortellazzo Wiel, porta l’energia genuina del contadino padovano Ruzante. Così efficace da far passare alla storia il suo demiurgo Beolco con il nome del personaggio creato.

L’autenticità della finzione ridefinisce il reale. Com’è nato questo testo ruzantiano?

«Fare Ruzante voleva dire passare attraverso un lavoro di riscrittura, perché è incomprensibile. Ho creato una commedia ex novo, usando il plot dei dialoghi di Ruzante, adeguando la lingua affinché tutto avesse il sapore dell’antico, del Cinquecento. Delle opere - Fiorina, Moscheta, Betìa, Piovana - ho privilegiato i dialoghi, a mio parere la cosa migliore di Ruzante. Per scegliere le parole più dure del fiorentino volgare che ricordassero i suoni di Ruzante mi sono servito, come una specie di filtro, della lettura dei diari del navigatore vicentino Antonio Pigafetta, coevo di Ruzante: pur scrivendo in fiorentino faceva un sacco di strafalcioni mettendoci dentro dei venetismi».

In un certo senso questo lavoro l’ha riportata agli esordi, quando con la Compagnia degli Gnorri rappresentava testi alla maniera della Commedia dell’Arte?

«Sì, per quanto l’operazione lì fosse basata sugli scenari, senza un copione scritto, perché giocato sull’improvvisazione, che solo in alcuni momenti caratterizza anche questo spettacolo».

È vero che è stato Marco Paolini a suggerirle di fare Ruzante?

«Me lo hanno detto un po’ tutti, anche Vacis. Paolini mi aveva detto che avrei dovuto portare in scena Ruzante per il tipo di gutturalità della voce, per questo modo aggressivo di pormi sulla scena. “Saresti ideale”, mi ripeteva».

Cosa resta di questi amori disperati nel nostro tempo di guerre?

«Il teatro parla sempre alla contemporaneità. Anche se racconta storie antiche, deve aver presente il pubblico che lo segue e vi si rapporta come se le vivesse adesso. Un po’ come quando osserviamo l’arte medievale e rinascimentale dipingere i temi sacri dell’anno zero. Noi leggiamo l’oggi nel passato».

A proposto di questo, nel suo “contro-film di Natale” Baldus punta il dito contro la genericità della nostra società, citando Calvino. Qual è il pensiero di fondo?

«Il film comincia proprio con una città diroccata: sentiamo un professore dire in tv che il linguaggio contemporaneo somiglia tanto ad una città in rovina, ancora abitata da persone che fanno come se tutto funzionasse. Prendono macchine che non partono, chiudono finestre di case con il muro rotto o pieno di brecce, come se questo significasse vivere dentro una città. Il ricco ha la cornice dorata ma non ha il quadro. Questo ricorda il nostro linguaggio: guardiamo i social, leggiamo i giornali, ma il nostro modo di comunicare è disastrato. Non ci intendiamo. Magari andiamo avanti con discussioni eterne basate su equivoci, perché nessuna delle due parti capisce quello che dice l’altra. Con questo tipo di linguaggio è difficile parlare delle cose vere. Ciò che comunichiamo è sempre una sorta di rappresentazione più o meno raffazzonata del mondo. E’ una civiltà che fa finta di fare cose».

Il film “Il ritorno di Casanova” è atteso per il mese prossimo. Com’è stato lavorare con Gabriele Salvatores?

«Questo per me è il secondo film in cui recito diretto da Gabriele Salvatores. Facemmo “Comedians” nell’estate 2021, dando un segnale che il cinema in epoca Covid esisteva ancora. Lo conobbi allora. Con lui mi trovo molto bene, per una sorta di comunione di pensiero. Viene dal palcoscenico: conoscendo da vicino l’ambito, si sa rapportare con gli attori del teatro».

Tra i progetti futuri, ritiene possibile un suo ritorno alla tv, dove debuttò a Zelig?

«Alla televisione ho detto addio molti anni fa. Non m’interessa come mezzo: le preferisco il web».

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