Torrile
Il 5 aprile 2002 era un venerdì e il 55enne imprenditore Sergio Spotti si trovava per lavoro in Canada con alcuni tecnici della sua azienda. La sera prima, durante la cena, aveva promesso a tutti di portarli a vedere le cascate del Niagara. La gita non c’è però mai stata: quella mattina, mentre si preparava per uscire, Spotti è stato stroncato da un infarto.
In questi casi, di solito, si usa dire «lasciando la moglie Loredana e i figli Lorena ed Emanuele», ma in questo no. Sergio, infatti, la sua famiglia non l’ha mai «lasciata», e basta farsi raccontare la sua storia da loro per accorgersi di quanto questo sia vero.
Sposato giovanissimo e diventato papà mentre ancora stava svolgendo il servizio militare, la moglie e i figli sono sempre stati il suo faro. La famiglia era per lui la solida base su cui poter immaginare il futuro, compreso quello dell’azienda che porta il suo nome e che aveva voluto creare, con non pochi sacrifici, dopo aver coraggiosamente lasciato l’impiego che aveva in una ditta di Parma per seguire la sua «visione» imprenditoriale.
Un fortissimo legame, fatto di complicità, di sostegno l’uno all’altro, di rispetto e di lavoro che nemmeno la morte e il passare dei decenni sono riusciti a minare. Anzi: questo grande amore è stato talmente grande da farsi notare anche da chi non ha mai incrociato il suo cammino. A pochi dei lettori della Gazzetta di Parma è infatti sfuggito il ricordo che la famiglia da ventun anni affida ogni mese, nel giorno della ricorrenza della sua scomparsa, alle pagine del giornale.
E anno dopo anno, all’affettuoso pensiero della moglie, dei figli e della nipote Eleonora, si sono aggiunti anche quelli di Sergio, Valentina ed Edoardo che hanno conosciuto il nonno solo attraverso i racconti di chi gli vuole bene.
«La Gazzetta è il giornale per eccellenza dei parmigiani – dice la figlia Lorena –. I miei nonni la leggevano, la leggeva papà e la leggiamo noi. Ricordarlo lì è come far sapere a tutti che “c’è qualcosa d’altro” e, nonostante i nostri pensieri vadano a lui quotidianamente, il 5 del mese per noi è una scadenza speciale. Mano a mano che la famiglia è cresciuta, abbiamo aggiunto i nomi di chi arrivava per sottolineare un legame che non si è mai interrotto».
E anche le piccole cose parlano di lui. Appesa nello spogliatoio del capannone c’è ancora una sua giacca: nessuno ha voluto metterla via.
«Sulla scrivania ho la sua foto, e i consigli che ci ha dato sono ancora il nostro faro. Papà aveva una dote rara: quella di capire le persone e di avere attenzione per tutti. I nostri clienti storici, quando vengono in azienda, ci dicono “sembra che Sergio sia ancora qui” e questo è il più bel complimento che possiamo sentirci fare».
Una buona semina che ha dato frutto, anche se la prematura scomparsa gli ha tolto una delle soddisfazioni a cui aspirava. «Spesso diceva che, visto che noi figli e la mamma eravamo autonomi in azienda, si sarebbe prima o poi deciso a fare “solo” il venditore per avere più tempo per dedicarsi ai nipoti, andare a funghi e curare il podere di famiglia».
Un sogno strappato troppo presto ma che viene coltivato dal resto della sua famiglia e «raccontato», con grande tenerezza, ogni 5 del mese.
Chiara De Carli
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