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La storia

Cavazzoni, il 92enne nonno degli scout parmigiani

Cavazzoni, il 92enne nonno degli scout parmigiani

01 Settembre 2023, 03:01

È tempo di campi estivi e del Jamboree, il raduno internazionale scout che si tiene ogni quattro anni e l'ultimo pochi giorni fa in Corea. Il parmigiano Giancarlo Cavazzoni, tra gli scout più anziani del Paese, ha partecipato al primo Jamboree del Dopoguerra a Moisson in Francia.

Nato a cortile San Martino il 18 dicembre del 1930, diplomato geometra al Melloni, era titolare dell'omonima azienda commerciale che vive tuttora grazie ai figli. Ma al di là della fortunata attività lavorativa, qualche mese fa ha ricevuto una preziosa medaglia: il giglio di bronzo del Masci, (Movimento adulti scout cattolici Italiani) durante l’assemblea regionale in Seminario minore. Dal 2016 è infatti iscritto al Movimento nella Comunità Parma 8. La prima divisa con il cappellone, i calzettoni al ginocchio, il fazzoletto e la camicia color cachi Cavazzoni l'ha indossata molto tempo fa e non l'ha mai smessa dal 1945 al 1953.

Subito dopo la Seconda guerra mondiale, a 14 anni aveva iniziato a frequentare gli Stimmatini, l'oratorio della chiesa di via D'Azeglio a fianco del cinema. C'erano quelli che giocavano a calcio e c'erano i «Giovani esploratori», che facevano parte del ricostituito gruppo «Riparto Parma 1», esistente prima del fascismo e da questo sciolto, come per tutti gli altri, nel 1929: «Parlavano di vita all’aria aperta, di campeggi, di onore, di lealtà, di fiducia, di amor di Patria - racconta Cavazzoni - e così chiesi di entrare. I capi erano Adolfo Michiara ed Ernesto De Bernardis, due giovani molto in gamba poco più anziani di me, che dopo qualche mese decisero di ammettermi alla "Promessa"». Era l'11 novembre 1945 a Villa Negroni vicino a Parma: «Con l’aiuto di Dio prometto sul mio onore di fare del mio meglio per compiere il mio dovere verso Dio e verso la Patria, per aiutare gli altri in ogni circostanza, per osservare la legge dell’Esploratore». E così per Cavazzoni lo scoutismo è diventato un impegno continuo: «Ero diventato un punto di riferimento per i componenti della squadriglia e non potevo limitarmi ad essere un esempio solo nelle attività scout - ricorda Cavazzoni -. Quello che sono stato dopo e che sono ancora oggi lo devo a quegli anni». Tra le tante attività, ricorda ancora quando la maggior parte dei componenti del Riparto andarono a fare i vigilatori a Serravalle, sopra Varano Melegari, dove c'era una colonia della Pontificia, la stessa che aveva fondato la colonia di Misurina.

Nel 1947, con le gare provinciali di squadriglia per selezionare quella che sarebbe andata al Jamboree a Moisson in Francia: «I miei Scoiattoli hanno vinto, ma sono andato solo io perché il Commissariato desiderava che almeno uno scout per Riparto potesse vivere questa esperienza - prosegue Cavazzoni -. Con gli altri sette membri della squadriglia siamo partiti in treno per Torino, da dove tutti gli scout italiani sarebbero arrivati a Parigi con un convoglio speciale. Un lungo viaggio perché anche le linee ferroviarie francesi erano state gravemente danneggiate dalla guerra e le soste o i rallentamenti erano frequentissimi. Abbiamo passato il tempo dormendo o cantando. Finalmente il giorno dopo alle cinque del pomeriggio siamo arrivati a Rosny-Jamboree. Il campo - un’immensa area di terreno sabbioso a ridosso della foresta di Moisson - delimitata dalla Senna, che fa un grande arco - brulicava di scout affaccendati a montare le tende e le attrezzature necessarie ad ospitare i 40mila ragazzi di 42 diverse nazioni che arrivavano in pace dopo una guerra che aveva visto i loro padri combattere uno contro l’altro. La nostra squadriglia era nel sottocampo Bretagne, caratterizzato da un’alta torre di pali di legno con in cima un faro che ruotando mostrava i colori bianco, rosso e blu della bandiera francese. Il campo si poteva visitare tutto saltando su e giù dai vagoni di una ferrovia a scartamento ridotto che non si fermava mai e che, ci dissero, era stata recuperata dalla linea Maginot. Non appena ero libero, saltavo quindi sul trenino e partivo per fare il giro del mondo. Scendevo quando trovavo qualcosa che mi incuriosiva, così ho scoperto, nel campo americano, un tipico villaggio indiano con le caratteristiche tende coniche chiamate Te-pee e un bellissimo Totem di legno dipinto attorno al quale degli scout vestiti con i costumi tradizionali pellerossa erano condannati a danzare in continuazione per accontentare i fotografi. Poi il campo egiziano e gli scout con il fez al posto del capellone, gli indiani dell’India con il turbante che mi ricordavano i pirati della Malesia di Emilio Salgari, i Maori con le facce dipinte che mentre danzavano facevano le boccacce, gli scozzesi con la gonna che suonavano le cornamuse, i peruviani che soffiavano nei pifferi di canna, i messicani con il sombrero, gli arabi con la Kefiah, la torre da cui si lanciavano gli scout paracadutisti, il porticciolo sulla Senna degli scout nautici. Non era necessario parlare, era sufficiente dire una sola parola: "change?" e mostrare quello che volevi scambiare: la fibbia della cintura, il fazzoletto, dei distintivi, o un qualsiasi altro oggetto caratteristico della tua nazione». Un vero campo della pace, nato subito dopo le bombe e dove si masticavano solo poche parole di inglese e francese. Le poche imparate a scuola: «In 10 giorni ho girato tutto il mondo - conclude Cavazzoni - e i dintorni di Moisson, visto capi di Stato, ministri e personalità che venivano a visitare il campo, constatato lo spirito di servizio degli scout e guide francesi addetti ai servizi, ho rivisto i capi dello scoutismo italiano che avevo già incontrato a Roma e quelli che avevano fatto parte delle Aquile Randagie e ho avuto la conferma che lo scoutismo era realmente una grande famiglia».

Mara Varoli

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