A Bologna
Oltre due anni di udienze serrate interrotte dal Covid e dall’intervallo per la perizia psichiatrica necessaria a stabilire che la parte offesa fosse in grado di rendere testimonianza. Una tesa maratona fu il processo di primo grado e una piccola (ma non per questo serena) maratona è l’appello. Vista la mole degli atti, i giudici bolognesi hanno fissato non una, ma due udienze, per decidere se Federico Pesci sia colpevole di violenza sessuale di gruppo e lesioni personali gravi e se meriti tutti gli otto anni e mezzo di reclusione a lui inflitti il 21 maggio 2021 dal collegio presieduto dal giudice Gennaro Mastroberardino: sei mesi in meno di quanto richiesto dal pm Andrea Bianchi. Il cinquantenne commerciante parmigiano si è presentato ieri in Corte d’appello non solo con il fardello di questa prima sentenza: lungo il cammino della giustizia per quanto avvenuto nel suo attico in via Emilio Lepido la notte tra il 18 e il 19 luglio 2018 Pesci è sempre stato preceduto dai giudizi di colpevolezza emessi fino in Cassazione a carico del suo presunto complice, Wilson Ndu Anyem, condannato in via definitiva nel dicembre 2020.
Al 57enne pusher nigeriano sono stati inflitti 5 anni e 8 mesi, ma il suo caso non è mai passato per il dibattimento, bensì attraverso la scorciatoia del rito abbreviato: per questo lo sconto di un terzo della pena. Solo con l’ingresso in scena di Anyem - chiamato dal padrone di casa a corto di cocaina e poi invitato a restare e a partecipare - la famigerata notte in un primo tempo ispirata da alcol, droga e sesso mercenario sarebbe diventata anche «estrema». E, stando all’accusa, «degli orrori»: con Lucia (il nome, lo ribadiamo, è di fantasia), allora ventunenne prostituta che avrebbe accettato la presenza del secondo uomo, ma invano si sarebbe opposta alle pratiche sadomaso a tre, uscendone con lesioni poi giudicate guaribili dai medici del Pronto soccorso del Maggiore. Da quel referto partirono le indagini della Mobile, con i due arresti a fine agosto.
Una maratona è anche la prima delle due udienze d’appello, cominciata verso le 10 con la requisitoria del procuratore generale Stefano Orsi, che ha riassunto la vicenda, per poi chiedere la conferma della condanna di Pesci, e concludersi verso le 18 con lo stop all’arringa di Fabio Anselmo. Ha parlato oltre due ore, l'avvocato che, insieme con Mario L'Insalata, difende l'imputato: ma sforare dai tempi previsti non è bastato. Concluderà venerdì mattina.
Molto tecnico il suo intervento, concentrato soprattutto sulla perizia della psichiatra Giuseppina Paulillo. Lo aveva già fatto per diverse udienze nel processo di primo grado, fino a quando il dissenso nei confronti della responsabile dell'Unità operativa complessa residenze psichiatriche e psicopatologia forense dell'Ausl non era sfociato in una denuncia per falsa perizia e falsa testimonianza.
Critiche alla perizia anche da L'Insalata, che si è soprattutto concentrato a ribadire uno dei cardini della difesa: ossia che Lucia non sarebbe stata attendibile. Di avviso opposto Donata Cappelluto, avvocata della parte offesa, che ha sottolineato come la sua assistita, capace di testimoniare, avesse manifestato in modo netto l'assenza di consenso alla violenza dei rapporti sadomaso. L'avvocato Livio Di Sabato, replicando alla richiesta dell'esclusione dal processo del Comune come parte civile, ha invece ricordato gli impegni attuati dall'ente per realizzare l'obiettivo statutario della salvaguardia delle donne. Allo stesso modo, l'avvocata Giovanna Fava, ha ribadito la necessità del Centro antiviolenza da lei assistito, di essere in aula, per «difendere le persone più vulnerabili come poteva essere Lucia». Venerdì non sono previste repliche. Conclusa l'arringa di Anselmo, la camera di consiglio: poi, saranno i giudici a parlare.
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