Studente di biologia marina
Andare per mare per diletto, a caccia di emozioni nelle profondità del Mediterraneo, e ritrovarsi a soccorrere i migranti. Succede da anni a Lampedusa, avamposto europeo a 152 chilometri dalle coste africane, ed è successo anche al parmigiano, il 23enne Filippo Bertoni, al terzo anno del corso di laurea in Scienze naturali all'università di Parma, sub appassionato di biologia marina.
L'amore per il mare ed i suoi abitanti è cresciuto nel tempo per Filippo. Cruciale è stata, spiega, un'esperienza con il Centro studi squali di Massa Marittima: una spedizione nelle Azzorre per studiare la verdesca, nota anche come squalo azzurro. Proprio sulla prionace glauca (questo il nome scientifico) Filippo ha deciso di scrivere la tesi di laurea.
La passione per gli squali ha poi portato Filippo a Lampedusa. «In particolare a Lampione - spiega - un isolotto disabitato, area marina protetta delle isole Pelagie, a 18 chilometri da Lampedusa, nelle cui acque si può avvistare, da luglio ad ottobre, lo squalo grigio».
A Lampedusa Filippo ha conosciuto un altro parmigiano, Rocco Canella, socio assieme ad un lampedusano del diving center Pelagos 2.0 che collabora con enti di ricerca marina, fornendo video a molti ricercatori. «Da due anni sono nello staff, avendo preso anche il brevetto di istruttore subacqueo. Abbiamo due mezzi con i quali portiamo i turisti a fare immersioni: un gommone da nove metri che trasporta 24 persone, e un peschereccio adattato a imbarcazione diving che ne può trasportare 14».
Gli approdi di immigrati a Lampedusa e Lampione sono una una realtà quotidiana e quasi scontata, spiega Filippo. «Il pontile di Lampedusa è il punto di raccolta. Tutto, la maggior parte delle volte, si svolge in maniera calma e ordinata e la presenza degli immigrati sull'isola, subito indirizzati nei centri di raccolta, è quasi invisibile. Pochi fanno effettivamente l'intera traversata dall'Africa: la maggior parte vengono sbarcati da pescherecci al largo della costa e la raggiungono su barche di lamiera sottile, gommoncini di due metri da 9 cavalli, o barche di legno un po' più grosse con motori da 40 cavalli».
Un mare preso d'assalto e pattugliato dai mezzi di Frontex, della Guardia costiera, della Finanza, delle Ong, dei carabinieri. E a volte anche i mezzi del diving center danno una mano.
«L'anno scorso, intorno a Ferragosto, dopo tre settimane di mare mosso, il ritorno del bel tempo ha coinciso con l'arrivo anche di 70 barchini di immigrati al giorno. Abbiamo fatto salire a bordo del gommone una decina di ragazzi che si erano buttati in mare da un barchino traballante, e qualche giorno dopo abbiamo recuperato da Lampione due mamme e due bambini sbarcati per errore sull'isolotto, che avevano scambiato per Lampedusa».
Tutti interventi, precisa Filippo, concordati con la Capitaneria di porto ed eseguito dopo averne ottenuto l'autorizzazione. E pazienza per le immersioni. «I turisti comprendono. A volte l'immersione viene posticipata, ma a volte, se la situazione è critica, rinunciamo all'uscita per non intralciare i soccorsi».
L'ultimo salvataggio, il 17 settembre scorso. «Una brutta giornata, mare mosso e pioggia. Dopo un paio di immersioni abbiamo avvistato una lancia da pescatori con 12 migranti nelle acque di fronte al Faro di Capo Grecale, a Lampedusa. L'imbarcazione era diretta verso la costa nord, dove è impossibile sbarcare in sicurezza per via degli scogli, era piena di acqua e sembrava fuori controllo - ricorda Filippo - Abbiamo chiamato la Guardia costiera e spiegato la situazione, ma i mezzi di soccorso non potevano raggiungerci in tempi brevi. La nostra barca ospitava già 14 persone, fra equipaggio e turisti, e non potevamo farli salire».
La soluzione è stata agganciare la barca dei migranti con una fune alla barca del centro immersioni in attesa dell'imbarcazione di soccorso, a una trentina di metri dalla costa. Momenti difficili, spiega Filippo, ma non drammatici.
«I migranti erano giovani uomini dai 16 ai 35 anni, tunisini, e avevano acqua e cibo. Infreddoliti, tanto che qualcuno si è brevemente tuffato in acqua perché faceva meno freddo che stare all'aria aperta, ma amichevoli. Abbiamo anche scambiato quattro chiacchiere in inglese e quando, dopo un'ora e mezza, è arrivata l'imbarcazione di Frontex a soccorrerli, ci hanno offerto biscotti. Non abbiamo accettato, ma è stato un bel gesto».
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