LUTTO
Albazzano L’anno dopo l’ultima edizione della Sagra di Albazzano, quella del 2016, Paolo non si rassegnava – ma perché non era proprio nella sua indole – all’idea che quella sua creatura non ci fosse più, che la festa nel prato della seconda metà di agosto, chiusa dai fuochi d’artificio nel giorno del patrono San Genesio, sarebbe rimasta solo nel cassetto dorato dei ricordi più preziosi. «L’anno prossimo torneremo, facendo un evento eclatante», ripeteva a chi andava a trovarlo nella sua casa di Castel Martino, a pochi passi dal prato della Sagra, la Sagra che lui e Diletta (la moglie, la spalla, la complice di una vita intera) avevano deciso di far ripartire alla fine degli Anni 80 insieme a un gruppo di amici dopo che lì, per secoli, c’era stata una delle fiere più popolate e attese del nostro appennino.
Per eclatante Paolo intendeva probabilmente l’opera lirica, forse l’unico cruccio degli oltre 25 anni di Sagra di Albazzano: era il solo evento tra quelli pensati – dal jazz agli artisti di strada, dalla pallavolo sull’erba alla commedia dialettale e naturalmente alla balera – che non era ancora riuscito a portare nel prato, infatti di continuo il suo pensiero lì tornava. All’opera. A Giuseppe Verdi e all’Aida: è difficile che la sua idea andasse molto distante da quest’accoppiata.
Barbara, Ilaria ed Elisa, le tre adorate figlie, sapevano tanto quanto Diletta che mica poteva rimanergli quel cruccio, lui che alla Sagra, una volta andato in pensione dopo una carriera in banca culminata con la direzione di filiale, durante l’estate si dedicava come se fosse un altro membro della sua peraltro già ampia e splendida famiglia. Altrimenti non si spiega come mai in lui ci fosse sempre quella spinta, quella voglia di fare, di condividere, di stare bene col popolo della Sagra. Passato il Natale, cominciavano le telefonate: «Vediamoci, ho un’idea per una serata». E da lì al dopo Ferragosto era un crescendo di proposte, burocrazia, confronti col Comitato, intuizioni, progetti. Numero delle volte in cui qualcuno ha sentito dirgli «sono stanco, fate voi»? Zero. In tanti siamo stati contagiati da quel suo fuoco di vivere, bastava arrivare nel prato e la fatica, ma anche i piccoli e grandi pensieri, venivano messi da parte. Ogni lavoro o lavoretto, in quel micro Eden, lo si faceva senza lamentarsi. Per inciso: a contare le volte in cui tra Ferragosto e il 25 del mese qualcuno chiamava Paolo per un consiglio, un aiuto, un sostegno, oggi servirebbe l’algoritmo.
La Sagra è stata una perfetta metafora nella vita di Paolo: non ci guadagnava un soldo, faceva tutto questo per il puro piacere di condividere sorrisi, idee ed esperienze non solo con chi gli voleva bene (ricambiato) ma anche con quelli per i quali un piatto di tortelli, due chiacchiere e la Val Parma in vista valevano un tesoro. Un minuto dopo la fine dei fuochi d’artificio lui era raggiante, gli ridevano gli occhi come quando era a casa insieme alle sue “fantastiche quattro”, la moglie e le figlie (dopo sarebbero arrivati i cinque nipoti, la sua vita). Era giustamente orgoglioso di se stesso, del suo gruppo, degli amici che lo avevano seguito in quell’avventura che dal giorno dopo, dal 26 agosto, era già lontana “solo” 364 giorni, e allora dài con l’idee, non perdiamo tempo.
Paolo, Paolo Manfredi, da qualche giorno non c’è più. A chi ha avuto la fortuna di stargli vicino, a chi gli è stato amico o anche solo conoscente, già mancano parecchio la bontà d’animo e l’altruismo, oltre a quel sorriso sornione solo in apparenza burbero e invece ricco d’ironia. Durante il suo funerale, don Raffaele Sargenti lo ha definito «una quercia caduta senza far rumore». Don, le sveliamo un segreto: non è vero, dove c’era Paolo si sentiva eccome. Faceva rumore. Ma era il rumore della voglia di vivere.
Luca Castaldini
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