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Tommaso Romanelli al D'Azeglio: «Questo film mi ha riconciliato con il dolore per la scomparsa in mare di mio padre»

Tommaso Romanelli al D'Azeglio: «Questo film mi ha riconciliato con il dolore per la scomparsa in mare di mio padre»

09 Gennaio 2025, 03:01

Bisogna partire dagli sguardi. Quelli rivolti verso il blu, all’orizzonte, e quelli che invece guardano dritto nella macchina da presa. «C’è questa ripresa in cui mio padre parla e fissa l’obiettivo e in cui sembra rivolgersi proprio a me… Sono partito da lì per costruire il film». Tommaso Romanelli sceglie questa immagine per raccontare come è nato «No more trouble. Cosa rimane di una tempesta», sua opera prima che ricostruisce la figura del padre Andrea, ingegnere, progettista e velista, scomparso in oceano Atlantico nel 1988 mentre - con Giovanni Soldini - era a bordo di Fila, barca che lui stesso aveva progettato e con cui stavano tentando di stabilire un record nella traversata atlantica da New York alla Francia.

«Per anni la storia di mio padre è stata una vicenda privata, che non ho voluto affrontare né raccontare. Poi ho ritrovato queste cassette Vhs che non avevo mai guardato: dentro c’era tutta quanta la storia di mio padre, della sua passione per il mare e per la vela e dell’incidente in cui perse la vita - racconta il regista che questa sera (alle 21) sarà a Parma al cinema D’Azeglio per presentare il suo film e per incontrare il pubblico, prima e dopo la proiezione -. Vedendo quelle immagini ho capito che era arrivato il momento di fare i conti con questa storia e di raccontare chi fosse».

Raccontarlo a se stesso, prima ancora che allo spettatore. Attraverso un taglio documentaristico che si intreccia con il diario intimo e con il racconto di viaggio che prende forma sulle carte nautiche, proprio come una traversata, mentre Soldini e gli altri compagni di barca di suo padre ricostruiscono le dinamiche del naufragio e, prima ancora, la genesi di un’avventura che è stata sì tragica, ma anche bellissima.

«Sono in mezzo al mare e sono felice» si sente dire dalla voce registrata di Andrea Romanelli in uno dei tanti messaggi che inviava a sua moglie Fabrizia, la madre di Tommaso: «Per lei non è stato semplice partecipare a questo mio progetto – spiega il regista -. Ha faticato molto ad accettarlo ma alla fine spero che sia stato anche per lei importante, un modo per riconciliarsi». «No more trouble» è un film emozionante in cui il vento, l’acqua e le parole che sanno di salsedine e di affetti travolgono lo spettatore, che si trova spesso senza fiato. Un film in cui c’è molta scrittura, fatta elaborando il materiale d’archivio, aggiungendo le interviste, lavorando al montaggio. Ci sono le parole di Andrea, di sua madre Fabrizia. Le parole del fratello di Andrea con cui Tommaso ha iniziato il restauro della vecchia barca di legno con cui il padre aveva fatto una storica Minitransat (una regata in solitaria in oceano). Le parole dei compagni di barca e il loro sguardo che resta fanciullesco, come accade ai marinai quando parlano del mare, anche quando il racconto si trasforma in tragedia. «Questo film è servito anche a farmi riconciliare con un mondo intero e con persone con cui si erano interrotti i rapporti dopo la tragedia». Gli sguardi, appunto: quello di Andrea e quello di Tommaso che potrebbe essere nostalgico o celebrativo. O drammatico, riparatorio. Perfino accusatorio. Uno sguardo che invece, alla fine, è in piena sintonia con tutto questo: con il racconto, con le immagini, con le parole dei protagonisti. Proprio come se fosse uno di quegli scafi progettati dal papà, pensato per tagliare le onde in armonia con gli elementi.

Lucio D’Auria

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