×
×
☰ MENU

Tutta Parma

Viale Rustici, l'avevate mai notato? Quella casa che sembra un gufo...

Il villino Bonazzi (villa Pernigotti) e il suo "gufo" notturno: Art Nouveau, superstizioni locali e il fascino della civetta

Viale Rustici, l'avevate mai notato? Quella casa che sembra un gufo...

02 Marzo 2026, 03:01

È una delle ville più eleganti e originali della città, vuoi per la posizione nella quale è ubicata, vuoi per le sue linee architettoniche e vuoi anche per la singolarità della sua torretta che, alla notte quando è illuminata, assomiglia ad un gufo con tanto di occhioni spalancati. Infatti, se si osserva bene la torretta, sullo spigolo del muro, gli arredi liberty fungono da becco mentre le due finestre circolari illuminate rappresentano gli occhi di questo fantomatico ed imponente gufo lapideo. Si tratta del villino Bonazzi, noto anche come villa Pernigotti, edificio situato in viale Rustici ad angolo con viale Magenta.

Grazie alla ricercatezza dei dettagli e alla spettacolarità delle soluzioni adottate dal progettista Mario Stocchi Monti, è considerato uno degli esempi più importanti dell’Art Nouveau, non solo a Parma, nonché uno dei più tipici dell’architettura liberty in Italia. Il villino fu realizzato nel 1911 per volere della famiglia Bonazzi in una zona che, all’epoca, si trovava ai margini della città, sul confine settentrionale del vasto campo di Marte della Cittadella.

E le antiche tradizioni popolari parmigiane che riguardano il gufo e la civetta cosa ci raccontano? Recita un antico adagio popolare contadino: «Cuànd a siga la sivetta, o ch’la nin tòz, o ch’la nin metta» (quando canta la civetta o muore qualcuno, oppure una donna rimane incinta). Ma perché la civetta era considerata un uccello notturno iettatore? In realtà tale credenza popolare era le\gata alla vita medievale quando le uniche fonti di luce notturna erano le lanterne a petrolio o qualche candela che restavano accese giusto l’indispensabile e cioè nelle case dove giaceva un ammalato molto grave o addirittura un moribondo bisognoso di assistenza. Quella debole fonte di luce attirava piccoli insetti di cui la civetta si nutriva e quindi si appollaiava proprio nei pressi della finestra dalla quale proveniva la fioca luce e, da lì, lanciava al cielo il suo inquietante e sinistro grido. In tutti i modi la nostra gente dei campi, un tempo, quando di notte urlava la civetta, non si sentiva del tutto tranquilla, infatti la «rezdóra» pensava subito al vecchio ammalato della corte accanto che avesse tirato le cuoia, oppure a qualche altra disgrazia. Mentre il «rezdór» associava il grido notturno dell’uccello al cambiamento di stagione specie se cantava in una notte serena. Ciò significava che, il giorno dopo, ci sarebbe stata tempesta.

La storia della civetta, comunque, è molto antica. L’animale era sacro a Minerva, dea della sapienza e protettrice degli eroi. Quindi, ecco perché la civetta, ma soprattutto il gufo, vengono definiti «saggi». Ritornando alla civetta, la sua fama negativa era data dal fatto che essa compare nel periodo successivo all’equinozio autunnale, tempo di morte della terra che ricomincia il suo ciclo vitale con il solstizio invernale quando il sole inizia nuovamente a crescere.

Tantissime sono le superstizioni popolari, molto antiche, diffuse anche dalle nostre parti specialmente nelle campagne e nelle zone montane che riguardano la civetta. Se la si sentiva urlare di notte era segno di malaugurio. Lo era ancor di più se con il becco picchiava ad una finestra della casa o sulla porta oppure se, addirittura, entrava in qualche camera. Se si guardava il nido di una civetta si rischiava di essere presi da forte malinconia e da tristezza per tutta la vita. Per le donne incinte il grido notturno della civetta poteva significare la nascita di una femmina, se invece la donna stava partorendo la civetta annunciava la nascita di un maschio. Ed ancora: quando una civetta si posava sul tetto di una casa portava bene, era invece segno di malaugurio per la casa verso la quale l’uccello notturno volgeva lo sguardo. Insomma: gufi, civette e pipistrelli non è che fossero molto simpatici e graditi ai nostri nonni. Ad esempio, quando calavano le tenebre e cominciavano a volteggiare nell’aria i pipistrelli con il loro manto vampiresco, le donne usavano coprirsi la testa per evitare che il volatile si attaccasse ai capelli per non staccarsi più come pure chi veniva colpito dai suoi diabolici escrementi sarebbe divenuto ostaggio e vittima dei malefici delle streghe.

Gufo e civetta, però, al di là delle credenze popolari, non sono da considerarsi animali così sinistri anche perché, in diverse parti del mondo il gufo - ad esempio - è addirittura considerato un portafortuna e portatore di cose belle. In Lunigiana, esattamente nella strada immersa nei boschi che dal Passo del Lagastrello porta a Comano, alla notte non è difficile imbattersi nel gufo reale. Incontrare questo volatile, a parte la sua bellezza e autorevole imponenza, è sinonimo di fortuna e longevità tant’è che numerosi e bravi scultori del marmo carrarini creano splendidi esemplari di gufetti come soprammobili ed amuleti che si possono acquistare nei punti vendita di souvenir in prossimità delle cave. Nella cultura popolare, la civetta viene associata alla figura di una donna vanitosa. Intanto il termine «civettare», riferito ad una donna, la dice lunga sulla sua arte di sedurre. Infatti, quando ad una donna le si dà della «civetta», equivale a dire che si tratta di una donna vanitosa, leggera che ama farsi corteggiare attraendo i suoi ammiratori con atteggiamenti opportunamente studiati per intrappolare le sue prede. Tutto ciò deriva dal fatto che la civetta, quando veniva usata dai cacciatori come richiamo per ingannare i passeri, li attraeva attraverso un particolare battito d’ali, ma anche con altri singolari atteggiamenti che affascinavano le piccole prede le quali, inevitabilmente, dovevano arrendersi. Come amava rammentare l’indimenticato e simpaticissimo Giuseppe Chiari, «l’ùltim casonér äd Pärma», assiduo frequentatore del «Giardinetto» di borgo Santa Chiara, tempo addietro, «do sivètti» pericolosissime per le donne sposate, non certo perché portassero negatività, ma perché prosciugavano i portafogli dei loro mariti, erano le titolari di due osterie, una di qua e l’altra di là dall’acqua: la Tilde e la Babau.

Gufo e civetta, dunque, uccelli del mistero, della magia, delle streghe, dei boschi, dei castelli, del buio, della notte, degli insondabili presagi. Ma anche segno di chiaroveggenza perché vivono e cacciano di notte, vedono al buio e quindi riescono a superare gli ostacoli attraverso la loro saggezza. Quindi sono uccelli tutt’altro che malefici e poi hanno l’astuzia di posarsi in ambienti incontaminati dove la natura è ancora madre. Ben altre sono le iatture per l’uomo d’oggi, ma ci andremmo a perdere in spazi dove gufi e civette non si poserebbero nemmeno per scherzo. Bene fa, quindi, il gufo del villino Bonazzi, dalla sua postazione di viale Rustici , a vegliare lo scorrere «dla Pärma», compito che svolge egregiamente da oltre un secolo!

© Riproduzione riservata