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TESTIMONIANZA

Il racconto dei parmigiani bloccati a Dubai dagli attacchi: «Si vive giorno per giorno. E si vedono volare i missili»

Missili su Dubai: studenti del progetto Onu e expat bloccati tra evacuazioni, danni alla The Palm e incertezza

Il racconto dei parmigiani bloccati a Dubai dagli attacchi: «Si vive giorno per giorno. E si vedono volare i missili»

02 Marzo 2026, 03:01

«Intorno alle 23 di sabato è squillato il cellulare: ci ha avvisato che un missile stava volando nella nostra zona. Poco dopo l'allarme è tornato a suonare e ci siamo affacciati alla finestra. E questa volta due dei missili li abbiamo proprio visti sorvolarci».

Samuele ha 15 anni e di solito frequenta le aule del liceo Marconi. In questi giorni, invece, è a Dubai con altre centinaia di studenti di tutto il mondo per partecipare al progetto di simulazione delle assemblee Onu chiamato «L'ambasciatore del futuro». Sembra una beffa sguaiata: ma ora si ritrova nell'occhio del ciclone della guerra globale. Quella che non si affida alla diplomazia ma alle bombe.

«Nelle ultime ore, per fortuna, sembra che la situazione si sia un po' calmata ma le indicazioni che abbiamo ricevuto sono chiare: dobbiamo restare in albergo, non uscire all'esterno - racconta via WhatsApp. - E non possiamo fare altro che aspettare: non sappiamo quando potremo rientrare». Un'attesa che minerebbe la tranquillità anche di un adulto con le spalle larghe, ma che questo studente pacato sta affrontando con ammirabile freddezza. «Il peggio è stato nelle prime ore quando ci hanno fatto lasciare il nostro albergo per trasferirci altrove. Poi, dopo aver visto con i nostri occhi il missile, dopo aver capito che li stavano facendo esplodere in cielo ci siamo un po' placati». Come è possibile farlo, s'intende, mentre il mondo che ci sta intorno è una stanza chiusa a chiave dove l'allarme suona ad intervalli regolari, mentre i jet lacerano il silenzio della notte. Mentre uno sbuffo bianco in cielo non significa, banalmente, una nuvoletta. Ma un drone vaporizzato.

«Le esplosioni sono pesanti. E danno una bella botta», aggiunge Jacopo Pichelli, fidentino residente da undici anni negli Emirati dove si occupa di finanza. La sua casa è nella zona del Dubai Canal: i missili arrivano dal mare è puntano proprio in quella direzione. «E' una situazione strana - riflette. - Nel corso degli anni, in questa parte di mondo, sono successe tante cose ma sembrava che gli Emirati non venissero mai sfiorati. Adesso è diverso».

Anche se «non c'è il coprifuoco, se nessuno ci ha ordinato di non uscire: ma tanto non c'è davvero voglia di andare in giro. E il traffico per le strade è quasi scomparso».

Come è logico quando basta allungare lo sguardo verso il porto per vedere salire inquietanti vampate di fumo nero. «Mentre gli amici che abitano a Abu Dhabi che ho sentito poco fa al telefono parlano di un attacco contro la base americana».

Come pare lontana la Dubai sfavillante degli influencer e dei bagni sulle spiagge modaiole di Jumeirah, la destinazione trendy per expat in cerca di fortuna e instagrammer scatenati. Adesso ci si guarda intorno con sospetto. E il cielo perennemente azzurro del Golfo ha smesso di essere il fondale ideale per i selfie.

«I danni peggiori, per il momento sono stati quelli riportati dall'hotel colpito dai rottami nella zona di The Palm - prosegue Pichelli e ricorda che proprio in quella zona, simbolo della Dubai che sogna in grande, ha abitato a sua volta in passato. - Ho contattato la mia ex coinquilina e mi ha confermato i danni».

Anche se non è facile abbozzare un bilancio in una città di oltre quattro milioni di abitanti cresciuta vorticosamente negli ultimi anni e dove tutti, per forza, ora tengono d'occhio con apprensione i siti di news e i sistemi di allerta. Quando il cellulare inizia a ronzare, lo confermano tutti, produce una vibrazione sorda che graffia dentro.

«Una cosa è certa: non ce lo aspettavano e sentire il boato dei missili sulla testa è un'esperienza che segna», racconta al telefono dal suo ospedale a due passi dal ciclopico Dubai Mall, Tiziana Corsini. E' una ortopedica di Parma che ora lavora al Mediclinic Middle East. Ma la sua casa è verso il mare, a poca distanza dall'hotel Fairmont, quello sul tronco della Palma centrato da un frammento incandescente. La cronaca parla di quattro feriti e mura annerite.

«Dopo l'esplosione ci hanno evacuati in un garage ma ora sembra essere tornata un'apparenza di normalità». Un'apparenza, ripetiamo: per le scuole e molti uffici ci si gestirà con didattica a distanza e lo smart working almeno fino a mercoledì.

«Poi si vedrà: ma la sensazione è che si viva e si decida ora per ora», prosegue Tiziana Corsini che rivela come sia evidente il comprensibile desiderio di tenere a bada l'emotività collettiva. Che ci mette poco a diventare panico.

Non a caso moltissime boutique negli sterminati centri commerciali hanno le porte aperte e le vetrine accese. In un mondo dove lo shopping è legge anche questo è un modo per andare avanti. «Qui in ospedale non abbiamo ricevuto segnalazioni particolari o indicazioni di una allerta specifica: ma restare all'interno, protetti, è la cosa più ovvia da fare».

Intanto gli occhi del mondo sono puntati su questo emirato diventato icona di una fetta di mondo che galoppava verso il futuro. E dove adesso l'emergenza da controllare spaventerebbe chiunque.

«Per il momento possiamo dire che stanno gestendo bene questa complessa situazione - racconta Davide Sarasini, direttore vendite Asia per la multinazionale Omnia. - Stavo arrivando dall'India e avremmo dovuto fare sosta qui a Dubai prima di ripartire per Malpensa. Dopo l'atterraggio però ci è stato detto che lo scalo era chiuso e lo spazio aereo interdetto. Siamo rimasti chiusi nello scalo per molte ore prima di essere spostati in un hotel in centro alla città. E siamo destinati a rimanere qui fino a quando ci sarà una evoluzione».

Il ministro Crosetto, che era sullo stesso volo proveniente da New Delhi, è stato evacuato con un mezzo militare. Sarasini e il suo collega Pietro Manzoni, il primo residente a Colorno, il secondo a San Polo di Torrile, ovviamente no: e le telefonate con le famiglie in Italia sono intrise di una ovvia preoccupazione.

«I nostri cari ci chiamano in continuazione e sarebbe bello poter rispondere alla domanda fondamentale: quanto tornate? Per il momento non lo sappiamo», aggiunge Pietro Manzoni. Non lo sa lui e probabilmente nessuno intorno. Qualcuno tra gli italiani progetta acrobatiche fughe attraverso il deserto e l'Oman ma si tratta di ipotesi con poche certezza. «Per adesso sappiamo di dover attendere».

A Dubai il gioco dei fusi orari spinge le lancette tre ore avanti rispetto a noi. Quando qui da noi arriva la sera, il buio sul Golfo è già quello di un'altra notte di sonno leggero, di respiro sospeso. Guardando in cielo resta il dubbio se quelle luci che pulsano in alto siano stelle. O piuttosto droni o jet che li vanno a cacciare.

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