Ricerca
Sono i particolari che fanno la differenza. Anche nella comunicazione e nelle relazioni: «Spesso non è importante il cosa, ma il come». Ne è certo Giuseppe Di Cesare, il ricercatore 41enne che quest'anno si è aggiudicato, insieme al suo team, il Fondo italiano per la scienza. Si è aggiudicato, in particolare, il Consolidator Grant (The human mind and its complexity; cioè La mente umana e la sua complessità) promosso dal Ministero dell'Università e ricerca. Un' importante opportunità sul piano della conoscenza: 1.6 milioni di euro da investire in un progetto innovativo, in nuove strumentazioni e macchinari di ultima generazione. Un premio che diventa per Parma un grande traguardo. Di Cesare, infatti, è docente di Fisiologia nel dipartimento di Scienze degli alimenti e del farmaco dell’Università di Parma. Da sempre si è interessato alle «Forme dell'azione». Tema - passione - che è riuscito ad approfondire con uno dei massimi esperti a livello mondiale di neuroscienze, Giacomo Rizzolatti, il cui nome è indissolubilmente legato alla scoperta dei neuroni specchio. Di Cesare racconta la sua ricerca.
Professore, quando ha saputo di essersi aggiudicato Il Fondo italiano per la scienza, dove era, che cosa ha fatto?
«Ero in macchina, avevo appena finito di esaminare gli studenti all'Università. Ho visto la mail dal cellulare: sono rimasto senza parole. Un'emozione unica. Ho subito pensato all'impegno messo in questi anni, al team di ricerca. Poi sono andato in laboratorio, ma avendo dei test da svolgere non ho subito festeggiato. Ho celebrato questo traguardo importante qualche ora dopo, insieme ai colleghi».
Può spiegarci il suo progetto?
«L'obiettivo è studiare i meccanismi neurofisiologici che permettono agli esseri umani di comprendere ed esprimere le diverse forme di azione durante le interazioni sociali. Se pensiamo alla quotidianità, ogni semplice azione può essere compiuta in modi differenti, ad esempio, si può passare una bottiglia in modo gentile o brusco, così come si può stringere una mano in modo freddo o caloroso. Queste forme d’azione sono chiamate vitality forms e sono alla base della comunicazione sociale in quanto forniscono informazioni preziose sull'atteggiamento di ognuno di noi. Ad esempio, osservando il modo in cui una persona ci saluta, possiamo capire se quella persona è davvero felice di vederci o se si tratta semplicemente di un saluto di circostanza».
Il Fondo, quindi, le permetterà di fare che cosa?
«Di acquistare dei macchinari e delle strumentazioni fondamentali. Fino ad oggi tutti i paradigmi sono stati passivi. Cioè durante gli studi i soggetti non hanno un ruolo attivo, guardano immagini o video, ma senza muoversi o interagire. In questo nuovo progetto l'idea è quella di fare interagire le persone con l'ambiente reale. E per farlo servono specifiche e costose tecnologie, che grazie al Fondo riusciremo ad avere e utilizzare. Entrando nello specifico della ricerca, dalle prime evidenze è emerso che l'osservazione di azioni gentili e rudi e l'esecuzione delle stesse azioni producono l'attivazione di due specifiche aree cerebrali: l'insula dorso-centrale e la corteccia cingolata media. Tuttavia, a causa della posizione profonda di queste due regioni cerebrali e di alcuni limiti delle tecniche utilizzate, non è stato possibile comprenderne appieno il funzionamento: il Fondo ci supporta per portare avanti gli studi».
Un segnale importante: l'Italia crede ancora nella scienza, allora.
«Sì, ci crede. Nel mio percorso ho avuto chiamate anche dall'estero, ma mi sono fermato qui in Italia, e in particolare a Parma. Non nascondo, però, che ci sono stati momenti davvero complessi. Per qualche tempo ho lavorato come docente di matematica e scienze alle medie, anche se il mio sogno è sempre stato quello di fare ricerca. La selezione è sempre molto ardua, ma bisogna sperare e crederci. Ed è fondamentale che qualcuno investa nella scienza. Un anno fa era stato di fondamentale importanza, per me, la vittoria al Grant Fondazione Cariplo e Fondazione Cassa depositi e prestiti, che supporta i giovani talenti italiani nelle competizioni dell’European research council».
La sua ricerca ha un «protagonista», chi è?
«Il secondo obiettivo del progetto è quello di dotare un robot umanoide, iCub, della capacità di riprodurre vitality forms umani. Questo trasferimento tecnologico rappresenterà un’innovazione significativa nel campo della
robotica, gettando le basi per un futuro in cui i robot saranno in grado di comprendere ed esprimere questi aspetti fondamentali della comunicazione sociale».
Ad esempio?
«Un domani, magari, in ogni casa ci sarà un robot. Qualcuno di loro potrebbe occuparsi di care-giving: in questo senso è fondamentale che siano in grado di leggere le emozioni degli umani anche basandosi sui dettagli. Sul tono della voce, sullo sguardo, i movimenti facciali e tanto altro».
Un robot sempre più umano. C'è da avere paura?
«Assolutamente no. Dobbiamo fidarci, soprattutto della scienza. I robot sono sempre sotto il controllo umano e, nel caso della ricerca, dello sperimentatore. Anzi, se ad esempio, un robot sarà in grado di interagire con gli esseri umani capendo cosa sta trasmettendo e provando l'interlocutore, potrà essere anche un grande aiuto, magari per confortare attraverso gesti e parole».
Anna Pinazzi
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