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INTERVISTA

Il vescovo: «Sostenere la voglia di futuro dei nostri giovani»

Il vescovo: «Sostenere la voglia di futuro dei nostri giovani»

20 Marzo 2025, 03:01

Un invito a sostenere i giovani coralmente, a fare in modo che la comunità non abbassi l'orizzonte delle loro speranze e sappia affrontare le situazioni di disagio. Il vescovo Enrico Solmi riflette sul presente e sul futuro dei giovani, a partire da quelli più fragili o che hanno commesso degli sbagli.

Oggi sarà a Parma don Claudio Burgio, cappellano del Beccaria di Milano, per la rassegna «Basilica e Agorà». Come nasce questa scelta?

«La scelta di avere tra noi ancora don Claudio Burgio è dettata dal fatto che ci troviamo davanti ad un testimone di speranza, ad un sacerdote che opera con quei giovani che potremmo vedere a rischio di disperazione in carcere e li accompagna, gli ascolta e cerca di cogliere in loro la possibilità di una vita che si rinnova, cioè di una speranza. Basilica e Agorà è esordita con l'intervento del cardinal Tolentino che ha denunciato la mancanza di trasmissione tra le generazioni, di generatività, e ha sottolineato quanto sia invece importante cogliere la benedizione presente in ogni persona. Chiudiamo per così dire il cerchio, sottolineando che questa benedizione, questa speranza può essere di tutti, anche nei giovani che hanno sbagliato e che cercano una vita rinnovata. Significativo il fatto che tra i due incontri ci sia stata una riflessione sull'arte, sul bello: un aiuto a sperare anche nei confronti dei giovani».

Il problema baby gang è all’ordine del giorno. Come si può affrontare?

«Si parla di baby gang, forse è esagerato usare questo termine. Lascio il punto interrogativo. È indubbio che ci siano situazioni di giovani che si portano su una strada rischiosa verso il delinquere. Ieri l'altro il cardinal Zuppi sottolineava la rabbia di chi non sente di avere futuro. E può essere anche dei giovani o di chi mette tutto se stesso nell'oggi, in un qualcosa che ritiene sia essenziale. Questo qualcosa significa avere, possedere e godere. Mi viene da pensare a giovani che vivono il momento immediato senza una speranza, secondo modelli che vengono inculcati da una cultura del tutto e del subito. Allora è importante trovare una comunità che si interessi a loro, che ponga domande tali da suscitare un interesse nuovo alla vita. Abbiamo davanti anche le situazioni tragiche dei suicidi e dell'induzione al suicidio di giovani con giovani, punte di un iceberg che devono farci riflettere».

Che ruolo possono giocare gli oratori?

«La presenza sul territorio di oratori e di occasioni di pastorale rivolta ai giovani e agli adolescenti, è una presenza importante insieme ad altre opportunità. Questa presenza nello specifico significa prevenzione, inclusione, accoglienza ma anche proposta. Proposta fatta a tutti con una soglia bassa, direi con un piano inclinato che li invita ad entrare. Questo perché la realtà degli oratori e della proposta ai giovani delle parrocchie, deve avere una identità precisa che è quell'umanità che è di Cristo e che si è fatta accoglienza, dono, vicinanza; un'umanità che non esclude nessuno ma che include tutti. Ecco perché è una presenza di questo genere può essere un aiuto significativo alle domande che ci stiamo facendo su situazioni di disagio e di prevenzione al disagio».

Nel suo messaggio alla città per Sant’Ilario ha riflettuto sul ruolo dei giovani nella società. Cosa non sta funzionando?

«La lettera che ho scritto in occasione della festa di Sant'Ilario ha proprio un capitolo che è dolorante come titolo: le speranze dei giovani al tramonto. Sembra una conclusione dura, in realtà dobbiamo pensare che ci sia una speranza alla quale viene tagliata la strada, venga fatto un fallo che gli impedisce di andare verso la porta e realizzare. Mi viene da pensare a giovani che sono bloccati in un futuro che non vedono, giovani che sono bloccati in casa dal non studio e dal non lavoro. Mi viene da pensare anche a quei giovani che soffrono un blocco dato da malattie, da traumi e dai giovani che sono migranti che hanno meno possibilità degli altri o addirittura di quelli che sono poveri e che la forbice si è aperta su di loro verso la parte bassa. Anche i giovani che sono carcerati, in via Burla ce ne sono tanti. Cosa non ha funzionato è una domanda che tutta la comunità è chiamata a farsi, perché questi sono giovani che sono di tutti. Forse la loro stessa tipologia va interrogata, perché in ognuna di queste situazioni c'è qualcosa che deve responsabilizzarci e c'è un impegno che deve muoverci».

Il tema del Giubileo è la speranza. Che speranza nutre per i nostri giovani, anche alla luce del fatto che Parma nel 2027 sarà la capitale europea dei giovani?

«Il 2027 porta la nostra città ad essere capitale ancora una volta. Sono contento ma pongo un rischio che sarà utopico: che tutto si riduca ad una kermesse che veda la partecipazione di tante persone da tutta Europa sulle istanze stereotipate dell'essere giovani: musica, ecologia, mondialità. Sono parole realtà vere e autentiche ma hanno bisogno di essere messe a terra attraverso contenuti concreti e anche contenuti che accomunino tutti proprio come dice anche il manifesto, facendo riferimento alla nostra carta istituzionale e alle radici personalistiche che l'hanno generata. Credo che sia estremamente importante che queste iniziative vadano nella direzione di sostenere la voglia e la possibilità di futuro, da parte di tutti i giovani. Significa una comunità che sa includere e che si fa responsabile di dare cammini percorribili da tutti. Mi permetto di sottolineare che la speranza nasce da alcuni punti di riferimento essenziali. Innanzitutto capire chi sono e capire anche che sono un essere importante, amato, all'interno di una comunità che nutre interesse verso di me, alla mia crescita e che non sono funzionale ad alto. Ma l'altro punto è dove voglio andare: non può essere la speranza un vagare continuamente ma una meta di crescita per il bene proprio e degli altri. Ci deve essere una comunità che concretamente renda possibile sostenibile questo percorso».

Luca Molinari

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