Omicidio stradale
Nessun segno di frenata sull’asfalto. Centrata in pieno, la bici elettrica fu sbalzata in aria e con essa l’uomo che trasportava. Aveva 44 anni, Merago Mulugeta Taffesse: il suo corpo sfondò il parabrezza dell’Audi A4 condotta da un allora 35enne parmigiano, per poi essere proiettato a decine di metri, finendo sotto il guardrail dello svincolo tra via San Leonardo e la tangenziale Nord. Rimase lì immobile, privo di conoscenza: si sarebbe spento dopo undici giorni in Rianimazione al Maggiore. Sposato, dipendente della Number One, viveva a Parma da anni, in zona via Volturno.
La tragedia si consumò non lontano dall'Ostello della gioventù il 19 marzo del 2019, e ora si è concluso il suo strascico penale, con la chiusura del processo di primo grado a carico dell’automobilista accusato di omicidio stradale. L’uomo è stato condannato a un anno e 8 mesi dalla giudice Francesca Merli, quattro mesi in meno di quanti richiesti dalla pm Marirosa Parlangeli.
Erano quasi le 23 e, finito il turno di lavoro, Taffesse percorreva la pista ciclabile di via San Leonardo verso il centro. Con lui un collega bangladese, la cui testimonianza ha avuto un ruolo centrale nel processo. In sella alle loro biciclette elettriche, i due erano arrivati all’attraversamento pedonale (e ciclabile) dello svincolo tra via San Leonardo e la tangenziale Nord in direzione di Piacenza. Entrambi avrebbero dovuto proseguire verso il centro. Il collega della vittima ha raccontato di aver visto i fari di un’auto proveniente dallo stesso senso di marcia alle proprie spalle, ma in lontananza, e di aver attraversato convinto che sia lui che l’amico potessero farlo senza pericolo. Invece, prima ancora di essere di nuovo su via San Leonardo, aveva udito un forte rumore alle spalle. Taffesse era appena stato investito.
Stando ai rilievi e alla perizia, l’Audi viaggiava ai 75 all’ora: avrebbe cioè imboccato lo svincolo quasi al doppio della velocità consentita in quel tratto (dove il limite è di 40 all’ora). L’attraversamento è ben illuminato, ma lo stesso non si può dire della pista ciclabile: è probabile che questo fattore abbia inciso sulla tragedia, facendo comparire il ciclista all’ultimo momento. Sembra però che la vittima avesse acceso i faretti della propria bici. Inoltre, come previsto dal Codice della strada, indossava il gilet fosforescente: per prestargli i primi soccorsi sul posto, l’équipe di rianimazione dovette tagliarglielo. Taffesse venne sottoposto a un intervento neurochirurgico, ma non fu possibile fare nulla per strapparlo alla morte.
Pastore evangelico per la comunità etiope, il 44enne era responsabile dell’associazione Pace per Tutti, gruppo evangelico etiope dedito ad attività sociali, che si riunisce in viale Fratti e collabora con altre associazioni. Samuele Russo, «ambasciatore» di Azione per i cristiani perseguitati, associazione con la quale la vittima collaborava lo descrisse come «molto gentile, squisito, distinto e sempre sorridente». Spostarsi in bici era una necessità per lui, privo di patente.
rob.lon.
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