Rugby
È il giocatore del movimento parmense col pedigree più nobile dell’era “moderna” oltre a Massimo Giovanelli. Nocetano come lui e cresciuto nel Noceto, Tito Tebaldi ha, come l’ex capitano azzurro, varcato i confini nazionali andando a giocare negli Ospreys (United Rugby Championship) e negli Harlequins (Premiership inglese) dopo Aironi (2010-12) e Zebre, una stagione, e prima di Benetton Treviso (2016-20), sempre nell’Urc. «Massimo è stato uno di famiglia quando giocava con mio zio Daniele; capitava anche dalle mie nonne in orari improbabili per chiedere una pastasciutta» rivela Tebaldi.
Dopo le ultime cinque stagioni con la maglia del Petrarca Padova, con due scudetti e due Coppe Italia in bacheca, il mediano di mischia ha deciso che a 37 anni si può anche smettere. «Non m’interessava smettere da vincitore, anche perché il rugby è uno sport di squadra per cui non cambia tanto smettere dopo aver vinto lo scudetto o meno. Le mie soddisfazioni le ho avute, volevo che la mia carriera finisse giocando e a un buon livello, non per infortunio o ai margini perché non tenevo più. Ho deciso che questo era il momento giusto. Chiusa l’esperienza con Treviso avevo 32 anni e volevo provare a vincere qualcosa: ho pensato che il Petrarca potesse essere l’opzione giusta».
Il debutto in prima squadra nel GrANParma «È stato inaspettato perché l’ho saputo la sera prima, causa indisponibilità di un mio compagno. Era una partita di Challenge Cup coi Glasgow Warriors (stagione 2006/7, ndr)». L’esperienza all’estero la definisce «Formativa al massimo agli Harlequins con davanti uno come Danny Care oltre a Karl Dickson; contento anche del primo anno agli Ospreys». Con la nazionale, 36 caps all’attivo, è stato un rapporto a ondate. «Ho giocato 14 partite consecutive, poi sì, è stato a ondate; un po’ per causa mia, diciamo così, e altre volte, forse, per dinamiche di altro tipo. Sono riuscito a giocare un mondiale, che è il massimo dei sogni di un giocatore». Talvolta si è spostato anche a mediano di apertura, soprattutto nell’ultima stagione; alla francese, là sono i maestri del mediano double face e la lista è lunga: Elissalde, Parra, Dupont per citare i più noti. «Quest’anno ho giocato soltanto 10, praticamente, ma avrei voluto chiudere la carriera giocando il più possibile nel mio ruolo. Mi piace pensare, però, che se ho giocato sempre apertura è stato anche per merito. Con gli Aironi saltuariamente ho giocato apertura ed estremo; di tanto in tanto ti stimola».
La sua vita è a Treviso, dove vive da nove anni con la moglie Tania, parmigiana, e le due figlie. «Quando sono andato a Swansea lei ha lasciato il lavoro, la sua famiglia e gli amici per venire con me, al che le feci una promessa: che la successiva decisione importante l’avrebbe presa lei. Finito a Treviso, avrei potuto andare al Valorugby e tornare ad abitare “a casa”, ma lei disse che casa nostra, ormai, era Treviso e siamo rimasti là».Per il futuro, il rugby, comunque, non lo lascia: «No, ma non voglio che sia la mia attività preminente. Continuo ad allenare il Villorba (squadra di serie A2, ndr), poi ho un paio di progetti. Uno è in fase embrionale e riguarda sempre il rugby: degli skills clinic riservati ai mediani di mischia; poi mi sto guardando intorno perché mi piacerebbe fare un lavoro da artigiano, anche quelli che ormai non vuol più fare nessuno». E avendo buone mani …
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