SI INDAGA PER OMICIDIO
Poco meno di un giorno aveva resistito il giovane cuore di Adama Compaore. Se ne era andato il 12 giugno, a 34 anni, in un letto della Rianimazione del Maggiore, dopo essere arrivato dal carcere di via Burla in condizioni gravissime. Si pensava fosse caduto procurandosi accidentalmente un grave trauma cranico in cella, lì dove era stato ritrovato esanime. Ma ora questa ipotesi, seppure non totalmente tramontata, sembra offuscarsi. E' stata l'autopsia a sollevare dubbi. A mettere in evidenza lesioni che non sarebbero compatibili con una banale caduta. Così «sospetti» quei traumatismi che il pm Andrea Bianchi, titolare del fascicolo, ha iscritto nel registro degli indagati il compagno di cella di Compaore, un 27enne nigeriano, per omicidio volontario.
Traumi forse dovuti all'azione violenta di qualcuno, dal momento che sarebbero emersi ematomi anche dalla parte opposta della testa rispetto al punto del presunto impatto. Questo lo scenario che emergerebbe dall'autopsia effettuata da Valentina Bugelli, la consulente nominata dalla procura, a cui aveva preso parte anche il medico legale Alberto Siclari, lo specialista nominato da Michela Cucchetti, l'avvocata che per anni ha assistito Compaore, arrivato a 18 anni dal Burkina Faso in provincia di Piacenza, dove già viveva il padre Yessa, nel frattempo diventato cittadino italiano. E ora l'attenzione degli investigatori si è focalizzata su alcuni elementi che potrebbero rivelarsi decisivi per scrivere la storia della morte di Compaore. A partire da uno sgabello in legno presente nella cella, rotto in cinque pezzi, che il Ris di Parma ha cominciato ad analizzare nei giorni scorsi. Frammenti su cui si cercheranno tracce biologiche sia della vittima che di un potenziale aggressore.
Non solo. A disposizione dei carabinieri del Reparto di investigazioni scientifiche ci sono anche vari tamponi subungueali e alcuni ematici di Compaore. Per quanto riguarda, in particolare, le possibili tracce sotto le unghie del 34enne, è chiaro che, nell'ipotesi si sia difeso, si vuole verificare l'eventuale presenza del Dna dell'aggressore. Almeno 40 giorni il tempo richiesto, salvo proroghe, per depositare la relazione.
Ma cosa sarebbe accaduto in quella cella? Pochi sono finora gli elementi emersi. Certo è che Compaore, arrestato il 2 giugno per resistenza a pubblico ufficiale, dopo essere stato bloccato mentre vagava seminudo in città, era stato spostato successivamente nella cella in cui è stato ritrovato in fin di vita. Tuttavia, non è chiaro se ci siano stati conflitti tra lui e il 27enne nigeriano. «Ciò che sappiamo è che quando era stato fermato, Compaore era in uno stato di grande alterazione, ma poi si sarebbe tranquillizzato - spiega l'avvocata Cucchetti -. Chiederemo il diario clinico del carcere per capire quali fossero le sue condizioni e se eventualmente avesse assunto farmaci, fosse stato curato in carcere».
Una vita piena di difficoltà. E di errori, quella di Compaore. Il suo difensore non nega nulla. Eppure, così come il nutrito gruppo di amici su cui Adama ha sempre potuto contare, vorrebbe che «avesse giustizia almeno nella morte».
E le luci si sono accese. C'è una direzione da seguire.
Georgia Azzali
© Riproduzione riservata
Contenuto sponsorizzato da Fepa Spa
Gazzetta di Parma Srl - P.I. 02361510346 - Codice SDI: M5UXCR1
© Gazzetta di Parma - Riproduzione riservata