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Intervista

Giovanni Scifoni arriva a Parma: «Il successo del mio San Francesco, autentico e rivoluzionario»

Giovanni Scifoni arriva a Parma: «Il successo del mio San Francesco, autentico e rivoluzionario»

14 Ottobre 2025, 03:01

Giovanni Scifoni arriva a Parma con la sua inconfondibile comicità intelligente, capace di far sorridere e riflettere. Domenica 19 ottobre, l’attore e autore sarà protagonista all’Auditorium Paganini con «Fra' – San Francesco, la superstar del Medioevo», spettacolo da lui scritto e interpretato che racconta la figura del santo più conosciuto al mondo, in modo originale e sorprendente. Gli ultimi biglietti dello spettacolo organizzato da Caos Organizzazione Spettacoli, sono in vendita sul circuito www.ticketone.it e all'Arci di via Testi 4, in città.

Scifoni porta in scena un Francesco d’Assisi autentico e rivoluzionario. Un comunicatore straordinario. L’artista conduce il pubblico in un viaggio teatrale che mescola storia, ironia e spiritualità, intrecciando tutto questo in un monologo accompagnato dalle laudi medievali e dagli strumenti antichi di Luciano di Giandomenico, Maurizio Picchiò e Stefano Carloncelli. E pensare che se non fosse stato per il nostro territorio, tutto il tour autunnale sarebbe potuto saltare: «Parma per me ha un significato speciale (afferma sorridendo): lo scorso luglio sono stato operato alle corde vocali proprio qui. È stato un momento delicato ma il ricordo è positivo perché l’intervento è andato bene».

Come nasce l’idea di dedicare un intero monologo teatrale a San Francesco d’Assisi?

«Sei anni fa ho iniziato a lavorare su San Francesco per una trasmissione televisiva. È uno di quei personaggi che ti “sequestra”: più lo studi, più ti cattura. Mi ha affascinato tantissimo il suo rapporto con la fama. Era l’uomo più famoso del Medioevo. Al punto che, prima di approfondirne gli studi, pensavo avesse un ego smisurato. Invece no».

Quali erano i suoi dubbi all’inizio?

«Mi sono subito posto una domanda: “Ne hanno parlato in tanti. E forse anche meglio di me. Perché dovrei parlarne anch’io?”. La risposta è arrivata scrivendo e portandolo in scena. Sono contento di averlo potuto raccontare a modo mio. E la cosa bella è che quasi tutto quello che dico in scena è vero. Quasi…».

C’è un aspetto della sua figura che l’ha colpita in modo particolare?

«Francesco in gioventù era ossessionato dal denaro. I soldi gli piacevano, eccome. Il racconto che porto in scena è quello di un uomo che rinuncia prima ai beni materiali, poi al possesso e alla fine della sua vita rinuncia anche al successo. Io non so se ne sarei capace».

Che ricerche ha fatto per costruire lo spettacolo?

«Ci sono molte fonti attendibili su Francesco. All’inizio ho preparato piccoli monologhi per la tv. Poi ho raccolto il materiale per “Mani bucate”, un primo spettacolo sul Santo. Nel 2023 ho riscritto tutto da zero, consultandomi con tanti amici frati».

Ha mai avuto timore che il pubblico religioso potesse fraintendere alcune sue scelte narrative?

«Sì, un po’ di diffidenza iniziale c’è stata. Ma non mi ha spaventato. In tre anni abbiamo superato le 180 repliche: i numeri parlano chiaro e testimoniano che lo spettacolo è piaciuto. Dopo tutto questo tempo, spero che a Parma ci sia ancora qualcuno curioso di vederlo».

Secondo lei, cosa ha da dire San Francesco all’uomo contemporaneo?

«Il suo messaggio è estremamente attuale. Viviamo guerre di invasione che ci spaventano. Francesco non avrebbe dubbi: “Io questa roba qui non la faccio”. Non voleva sovvertire l’ordine del mondo, ma se stesso. Non era un rivoluzionario politico, ma spirituale. Ribaltava il modo di concepire le ingiustizie».

In che senso?

«Sosteneva: “Cambio il mio cuore prima di tutto”. Non voleva possedere nulla, perché possedere significa anche dover difendere ciò che hai. Se fosse qui oggi ci parlerebbe così: “Io propongo un modo diverso di vivere. Lo faccio per primo, chi vuole mi segua”. È un messaggio radicale e, soprattutto, opposto rispetto a quello dominante in quest’epoca. Francesco si comportava così perché voleva essere come Cristo, che non ha difeso nulla di sé, addirittura morendo nudo sulla croce».

Portare in scena una figura così universale ha cambiato il suo modo di vedere la fede o l’arte?

«Ogni opera che scrivo e interpreto mi provoca una crisi. E questa crisi mi cambia. Francesco, senza dubbio, ha trasformato il mio modo di vivere la fede: la sua è essenziale, lineare. Mi sono accorto che la mia, invece, è spesso arzigogolata e confusionaria. Il suo esempio mi ha costretto a guardarmi dentro con più sincerità».

Pietro Razzini

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