Intervista
Questa sera Roberto Saviano porterà in scena al Teatro Regio «L’amore mio non muore». Lo spettacolo, parte della rassegna «Tutti a Teatro» realizzata da Caos Organizzazione Spettacoli e ispirato al romanzo omonimo pubblicato quest'anno da Einaudi, rievoca la tragica vicenda di Rossella Casini, vittima di ‘ndrangheta («la più incredibile storia d’amore che io abbia mai conosciuto» l’ha definita Saviano). Siamo a Firenze nel 1977, Rossella, iscritta alla facoltà di Pedagogia, incontra Francesco, studente calabrese fuori sede. I due si innamorano: è una passione sincera e travolgente che li sorprende e li entusiasma, ma Francesco è Francesco Frisina, detto «’u principinu», membro di una famiglia legata a doppio filo con una potente ‘ndrina della piana di Gioia Tauro. Così, quando scoppia una faida, Francesco viene subito richiamato in Calabria per difendere con le armi l’onore del clan. Ma ecco l’incredibile: Rossella non ci sta; con coraggio lo accompagna a casa, incontra i suoi genitori, scopre il dramma che il fidanzato sta vivendo e quando Francesco viene ferito durante uno scontro, cercherà in un letto d’ospedale di salvarlo convincendolo a diventare un collaboratore di giustizia. Il suo amore sarà presto stritolato dalle leggi disumane della criminalità organizzata.
Saviano, come ha scoperto la vicenda di Rossella Casini?
«La storia di Rossella l’ho incontrata molte volte negli ultimi anni, ma solo di recente sono riuscito a mettere in ordine tutti i suoi pezzi per poterla raccontare, grazie a chi l’ha conosciuta e le ha voluto bene, grazie a chi ha voluto custodire la sua memoria. Ho pensato che oggi abbiamo la maturità collettiva e gli strumenti necessari per poter osservare quello che è successo davvero. Quando Rossella è scomparsa, in Italia si parlava poco di criminalità organizzata e il rischio concreto nel rendere nota la sua storia era che venisse rubricata come la vicenda di una ragazza del Nord che si innamora di un criminale del Sud; un’ingenua, o peggio, una complice. Rossella sarebbe stata uccisa due volte, dalla ‘ndrangheta e dall’opinione pubblica. Ma era tutto più complesso di così, molto più complesso. Oggi siamo in grado di cogliere il valore rivoluzionario dell’agire di Rossella che ha sfidato il più efferato dei poteri, quello criminale».
Oltre la fotografia del libretto universitario - l’unica esistente della ragazza -, ha avuto modo di scoprire altri oggetti appartenuti a Rossella?
«È incredibile, ma sì. Proprio quando non ci speravo più… Ci sono sue compagne di scuola che hanno foto delle gite, foto di momenti di svago. Questo recupero di memoria è molto commovente».
Il processo iniziato nel 1997 ha assolto tutte le persone sospettate della sua scomparsa: c’è la possibilità che questo libro possa aiutare a fare giustizia sul caso?
«Mi piacerebbe molto. L’ho detto più volte, questo libro è stato scritto per vendetta, vendetta per aver innanzitutto spezzato un sogno semplice di felicità».
A chi ha già letto “L’amore mio non muore”, lo spettacolo quali ulteriori suggestioni offrirà?
«Sarà un percorso che racconterà quello che ciascuno di noi ha dentro. Rossella e la sua storia sono la miccia, poi ci saremo noi, noi che respiriamo insieme in un luogo di racconto, il teatro, forse l’ultimo luogo di racconto rimasto ancora vivo».
Nel 2026 saranno passati vent’anni esatti dall’uscita di «Gomorra»: come vede, oggi, quel libro?
«”Gomorra” resta attuale. Il suo grido d’allarme è ancora lì. Il territorio, nonostante le resistenze (nemo propheta in patria), lo ha accolto e lo ha trasformato in riscatto. Le istituzioni devono fare la loro parte. Oggi a Scampia è in pericolo un luogo simbolo: il Gridas, fondato da Felice Pignataro, rischia lo sgombero. Questo il Comune di Napoli non può permetterlo, occorre che intervenga la Regione Campania per salvare un luogo di aggregazione che per Scampia è stato, è e sarà fondamentale».
Adesso a che cosa sta lavorando?
«A tanti progetti. La vita è fatta di questo: di progetti, di sogni e di speranze. Di passione condivise. Non c’è nulla di più prezioso per uno scrittore che condividere le proprie parole e vederle muoversi in uno spazio teatrale. L’idea che l’incontro in teatro sia la miccia che innesca la nascita di un nuovo percorso in me e in chi viene ad ascoltarmi rinnova ogni volta il miracolo di quel rito collettivo. Oggi, infatti, è di diritti collettivi che abbiamo bisogno perché sono le esperienze collettive che ci uniscono davvero».
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