×
×
☰ MENU

Inchiesta

«Noi rider, schiavi di un'app per poco più di 2 euro l'ora»

Il gesto bello della rider

23 Febbraio 2026, 03:01

Si fa presto a fare i conti: «Ieri ho lavorato otto ore e ho guadagnato 21 euro: l'affitto come lo pago a fine mese?». Appena più di due euro e mezzo all'ora: «È davvero questo il valore del nostro lavoro?». Lo raccontano due giovani rider, di 24 e 27 anni, appoggiati alla loro bicicletta, fermi davanti a una nota catena di fast-food in un centro commerciale della via Emilia, uno dei punti di ritrovo.

Il loro sfogo inquadra perfettamente la situazione lavorativa di questi fattorini 2.0, che corrono sulle bici elettriche da una parte all'altra della città, gestiti a tutti gli effetti da un'applicazione. A Parma come ovunque. Tanto che Glovo, la nota catena di food delivery, è recentemente finito nel bel mezzo di una tempesta giudiziaria e finanziaria, che ne mette in discussione il modello di business. La procura di Milano, in particolare, ha disposto il controllo giudiziario della società spagnola che gestisce Glovo in Italia. L'accusa è pesantissima: caporalato digitale e sfruttamento di oltre 40mila rider, costretti a ritmi di lavoro estenuanti per paghe considerate sotto la soglia della povertà.

«Arrivo a stento a fine mese - confida ancora uno dei due rider -. Sono in Italia da quattro anni e questo è l'unico lavoro che sono riuscito a ottenere: ho provato a incominciare percorsi per l'occupazione, ma mi offrono sempre lavori sottopagati. Facendo i conti, il compenso non cambia di molto». Poi senza mezzi termini si ferma e dice: «Se potessi, farei sicuramente un altro lavoro». Non solo per i ritmi. Non solo per lo stipendio. Anche perché «questo mestiere è pericoloso: sono stato investito tre volte - racconta -. L'ultima sono finito una settimana in ospedale». E l'azienda? «Non si è fatta sentire, nessuno mi ha aiutato o pagato nulla».

Dietro di lui, spunta l'inconfondibile borsone che tiene al caldo hamburger, pizze, piadine e quant'altro. Lo chiude con uno scatto ed è già pronto per ripartire. Il telefono lo richiama «all'ordine» con tre «bip» ravvicinati. «Devo percorrere quattro chilometri, adesso», dice mostrando lo schermo del telefono.

Il suo collega, invece, rimane fermo ancora per qualche minuto. Si concede un sorso in più di Coca-Cola ghiacciata. Lui l'italiano lo parla pochissimo. Ma alla domanda: «Com'è questo lavoro?», risponde secco: «Male». La conversazione procede per concetti brevi ma chiarissimi. Il tempo libero? «Poco». «Sei felice?» Scuote la testa come per dire «così così». Insomma, a bordo di quelle biciclette dalle ruote enormi, a quanto pare si sogna poco e si fattura ancora meno, ma «si fatica molto, sotto il sole, sotto la pioggia. Sempre».

A ribadirlo è un altro rider di 27 anni, seduto dietro agli stalli per le biciclette in piazza Garibaldi. Sono le 15: «Ho un attimo di pausa», spiega. Quasi come se si volesse giustificare. È al telefono in video chiamata con la sua famiglia, mentre tiene guardato a vista il suo «bolide» a due ruote. «Sono da dieci anni a Parma - racconta - e da quattro svolgo questo lavoro». Per lui «va bene così», perché quando fa i conti si ritrova con «1400 euro ogni mese». Si reputa fortunato perché la sua azienda «è tra quelle che pagano meglio». Ma a che prezzo? «Lavoro tutti i giorni almeno otto ore e in qualsiasi condizione meteo - dice -. La cosa più pesante? Quando piove a dirotto o d'estate quando ci sono oltre 30 gradi: non possiamo fermarci».

Si cambia strada, ma non cambiano le idee. In piazza della Pace, è in pausa anche un altro rider, seduto mentre si gode uno spicchio di sole. Ha la bici parcheggiata proprio davanti a lui, il casco appoggiato al manubrio, una sigaretta in bocca: «Niente bene», afferma appena gli si chiede se gli piaccia occuparsi delle consegne. Si spiega con un po' di fatica, ma da subito agita tra le mani il suo cellulare: racconta che, a pranzo, a cena e in tarda serata decide di spegnere il suo dispositivo. Altrimenti: «Io sto male».

Il rumore delle notifiche che arrivano in continuazione, gli ordini dei clienti ad ogni ora diventano una richiesta insostenibile, costante. Senza contare che «se faccio tre chilometri mi pagano tre euro - aggiunge -, se ne faccio cinque sono 3 euro e cinquanta». Pochi spiccioli. Tre giorni di lavoro ed ecco cosa si riesce a comprare: «I pasti e poco più». Poi scatta in piedi, l'applicazione chiama: «bip, bip, bip». E così via, ecco che riparte.

Anna Pinazzi

© Riproduzione riservata