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Al Cpia di Parma oltre 150 mamme straniere e tremila studenti a lezione di italiano. Lusardi: «Tra i principali strumenti di integrazione»

Al Cpia di Parma oltre 150 mamme straniere e tremila studenti a lezione di italiano. Lusardi: «Tra i principali strumenti di integrazione»

13 Gennaio 2026, 03:01

C'è una scuola a Parma che in pochi conoscono. È il Cpia che accoglie oltre 150 mamme straniere e oltre tremila studenti stranieri che per sentirsi parte della nostra comunità vanno a scuola di italiano. Una scuola «in rete» che lavora per un futuro migliore e di tutti.

Le lezioni si tengono in 28 strutture e negli istituti comprensivi della città e della provincia: Micheli, Torrile, Fidenza Zani, Parma Centro, Lesignano Bagni. Sì, perché mentre i figli sono al banco per studiare le scienze e la letteratura, le mamme vanno a scuola per imparare la grammatica, grazie ai corsi di italiano per stranieri «Fami». Corsi organizzati dal Cpia di Parma in base ai bisogni formativi del territorio, provenienti dal parternariato attivo con la regione Emilia Romagna. Il bando relativo al triennio 2024/27 è stato approvato il 9 maggio 2024 e comprende il progetto Futuro in corso 3-194 con l’obiettivo di favorire l’inclusione dei cittadini stranieri. Si tratta di corsi (Fondo asilo migrazione integrazione) finanziati dall'Unione Europea e destinati a cittadini adulti non comunitari regolarmente soggiornanti sul territorio italiano.

«Il Cpia di Parma, Centro provinciale per l’istruzione degli adulti, è un’istituzione scolastica autonoma del sistema nazionale di istruzione, dedicata alla formazione degli adulti - spiega la dirigente Antonia Lusardi -. Nasce formalmente con il Dpr 263/2012, che ha riorganizzato e potenziato l’istruzione degli adulti in Italia, superando i precedenti Ctp. Con l’anno scolastico 2025/26 abbiamo raggiunto i 10 anni di attività verificando la crescita da luogo prevalentemente orientato al recupero scolastico a presidio educativo, culturale e sociale, capace di rispondere ai bisogni di una popolazione adulta sempre più eterogenea: cittadini stranieri, lavoratori, persone in situazione di fragilità, detenuti, giovani adulti in rientro formativo».

Il ruolo del Cpia è fondamentale nel processo di integrazione in una società sempre più multietnica?
«Assolutamente sì. Il Cpia rappresenta uno dei principali strumenti pubblici di integrazione, perché offre non solo competenze linguistiche e titoli di studio, ma anche orientamento, accompagnamento e inclusione. Attraverso l’istruzione, gli adulti acquisiscono consapevolezza dei diritti e dei doveri di cittadinanza e diventano parte attiva della comunità. In territori sempre più multiculturali, il Cpia diviene luogo di incontro e di dialogo».

Chi sono le mamme che frequentano i corsi?
«Sono in gran parte donne straniere, provenienti da Paesi extraeuropei, in particolare Africa, Asia e Medio Oriente, ma anche dall’Est Europa. Molte sono mamme lavoratrici, impegnate in lavori di cura, servizi o ristorazione; altre sono donne che hanno temporaneamente sospeso l’attività lavorativa per occuparsi dei figli. Per tutte, la scuola rappresenta uno spazio di crescita personale, emancipazione e autonomia».

Il Cpia prevede anche momenti di socializzazione?
«Sì, il Cpia non è solo un luogo di apprendimento formale. Accanto alle lezioni di italiano, promuoviamo attività laboratoriali, progetti interculturali, incontri con il territorio, collaborazioni con enti locali e associazioni. La socializzazione è parte integrante del percorso educativo: creare relazioni, condividere esperienze e sentirsi accolti è essenziale per una vera integrazione».

Chi sono gli insegnanti del Cpia?
«I docenti sono insegnanti qualificati e specializzati nell’insegnamento dell’italiano come seconda lingua, con competenze glottodidattiche e una forte sensibilità interculturale. Si tratta di professionisti che, oltre alla preparazione disciplinare, possiedono capacità di ascolto, flessibilità e attenzione alle storie personali degli studenti adulti. Alcuni fanno parte dell’organico della scuola, altri invece vengono reclutati tramite bandi e sono docenti che posseggono certificazioni specifiche per poter insegnare agli adulti stranieri».

Quali le soddisfazioni da dirigente?
«La più grande soddisfazione è vedere crescere le persone: adulti che acquisiscono sicurezza, autonomia, competenze linguistiche e culturali, migliorando concretamente la propria qualità di vita. Dirigere un Cpia significa contribuire ogni giorno alla coesione sociale, alla riduzione delle disuguaglianze e alla costruzione di una comunità più inclusiva».

Quali le difficoltà?
«Le difficoltà principali riguardano la complessità dei bisogni dell’utenza, spesso legati a fragilità sociali, lavorative e familiari, e la necessità di operare con risorse limitate, nel caso del Cpia di Parma non avere una sede esclusiva ma dove operare all’interno di realtà scolastiche o educative condivise. A questo si aggiunge la sfida di coordinare una rete territoriale ampia e articolata, garantendo al contempo qualità didattica e flessibilità organizzativa».

Un auspicio per il 2026?
«L’auspicio è che il Cpia venga sempre più riconosciuto come pilastro strategico delle politiche educative e di integrazione, con maggiori investimenti, stabilità e collaborazione istituzionale. Per il 2026 immagino un Cpia ancora più aperto, innovativo e radicato nel territorio, capace di accompagnare ogni persona adulta in un percorso di cittadinanza attiva e partecipata grazie alla grande collaborazione di tutto il personale che opera nell’istituzione e che svolge quotidianamente un’azione di supporto e presenza nei vari territori».

Mara Varoli

© Riproduzione riservata

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