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L'intervista

Nevio Scala: «Con Carlos Cuesta è nato un bel rapporto, ci sentiamo spesso»

Nevio Scala tra abbracci, amarcord e consigli a Cuesta: festa per Melli e Osio, ricordi della vittoria di Firenze e l'amore per i tifosi

Nevio Scala: «Con Carlos Cuesta è nato un bel rapporto, ci sentiamo spesso»

06 Marzo 2026, 03:01

Un martedì da «superstar», ma in punta di piedi, senza esagerare. Martedì scorso Nevio Scala, non annunciato, ha partecipato alla festa dei Parma club dedicati a Sandro Melli e Marco Osio. Così, tra tante Legends e volti di oggi del Parma maschile e femminile, il sorriso del Mister ha catalizzato l'attenzione di tutti. Abbracci, selfie, amarcord, foto, l'ovazione al momento delle interviste. E allora ecco che era inevitabile fare due chiacchiere. Per approfondire il legame che ha con Carlos Cuesta, per ricordare la prima vittoria esterna in serie A della stagione 1990-'91 e naturalmente per parlare dei tifosi. Insomma di calcio, umanità varia e soprattutto sentimenti.

Entusiasmo, divertimento, un'accoglienza incredibile: cosa hai provato a questa festa doppia, per Sandro Melli e Marco Osio.
«Mi sono alzato la mattina, appunto guardando la TV, guardando le cose che stanno accadendo nel mondo, mi sono detto oggi mi voglio fare un regalo e andare alla festa di Sandro e di Marco. Negli ultimi giorni mia moglie sta un po' meglio quindi la potevo anche lasciare da sola in casa per un giorno e così mi sono incamminato: purtroppo sono arrivato tardi perché sono stato bloccato a Verona per un incidente in autostrada. Ma quando sono arrivato ho sentito l'affetto della gente che mi ha fatto tremare i polsi anche perché in effetti questi due club sono composti da gente che ha vissuto il nostro periodo e forse per quello che la gente ha sentito il brivido di quei ricordi».

A proposito di affetto, Carlos Cuesta quando parla di te lo fa con grande ammirazione, con grande amicizia, con parole di grande stima.
«Ci stiamo scrivendo, non giornalmente, ma abbastanza spesso. Siamo in contatto via whatsapp ed è nata fra di noi una stima che nasce da un valore che anche lui possiede. Gli ho raccontato alcune cose che io facevo, gli ho detto che l'umiltà e la semplicità sono fondamentali per le grandi imprese e probabilmente lui ha sentito sue queste parole e credo che le abbia trasmesse ai suoi calciatori. Gli ho suggerito alcune cose».

Ci dici cosa?
«Per esempio di usare il timbro della voce in un certo modo, che è importante quando si rimprovera qualcuno e di lasciar perdere tante cose che nel mondo del calcio riempiono la bocca alla gente. Tipo il 4-4-2 oppure il 3-5-2, tutte cose importanti ma non fondamentali. La cosa fondamentale è avere la stima dei giocatori che ha a disposizione e credo che questo lui lo stia facendo. Al di là dei valori che la squadra esprime, mi dicono abbastanza buoni, ma non eccelsi. Credo che lui stia facendo veramente un ottimo lavoro e mi auguro che questo periodo, questo buon momento prosegua fino alla fine del campionato. E gli ho promesso, visto che lui me l'ha anche chiesto, che un pomeriggio, appena mia moglie starà bene, andrò a Collecchio per salutarlo e per stare un po' di tempo con lui, anche per vedere come lavora. Me lo ha ribadito alla festa anche il team manager del Parma (Alessio Cracolici ndr). E queste testimonianze mi emozionano, perché significa che abbiamo lasciato un seme di una salute e di una intensità che noi non abbiamo saputo e voluto sfruttare, altrimenti chissà dove saremmo arrivati... Invece, sono orgoglioso che questa semplicità e questa umiltà sia apprezzata ancora adesso».

Domenica c'è Fiorentina-Parma. Il 21 ottobre 1990, a Firenze, il Parma ottenne la sua prima vittoria in trasferta in serie A... Fa parte di un gruppetto di partite indimenticabili...
«La Fiorentina, che poi è stata anche la mia Fiorentina, perché io ho vissuto a Firenze due anni come calciatore con Liedholm allenatore, due anni di grandissima intensità e di grandissima importanza, anche perché in quel periodo sono nati i miei figli. E quella partita sicuramente è una delle delle cinque o sei che ricordo con orgoglio, perché insieme a Genova, insieme alla finale di Coppa Uefa, insieme alla finale di Coppa Italia, insieme a Wembley, sono tra quelle partite che fanno parte di quel calcio che non sempre ti riesce. I calciatori a volte si inventano delle cose che diventano un ricordo importante, unico».

In quella partita Melli segnò un gol da antologia. Te lo immagini con la maturità che ha oggi e con le qualità di quei tempi?
«Credo che lui si sia reso conto di questo, attraverso l'esperienza che ha avuto con noi. A un certo punto è voluto andare via e io avevo cercato di dissuaderlo. Mi ricordo che, in una cena a Collecchio, a casa Tanzi, gli dissi “Sandro, non è il momento: resta con noi, a parte che abbiamo bisogno di te che stai crescendo e che ci stai dando grandi cose, però non sei ancora pronto” e ho cercato in tutte le maniere di convincerlo. Comprensibile comunque, forse l'avrei fatto anch'io: andò a Milano e poi da lì, diciamo, non ha avuto fortuna perché non era ancora pronto soprattutto a livello psicologico. E quando tornò, qualche anno dopo, mi disse “Mister aveva ragione” e io l'ho riabbracciato come l'ho abbracciato alla festa. Perché per me, al di là degli scontri che abbiamo avuto, eravamo convinti delle sue grandi doti calcistiche e conoscevamo anche i suoi limiti. E quando lui ha riconosciuto i suoi limiti per me è stato motivo di abbracciarlo ancora più forte e adesso che si è aperto e mi testimonia un affetto incondizionato, allora mi emoziono ancora di più».

Torniamo all'oggi: in generale ti piace questa serie A?
«La A non la seguo molto, sto seguendo il Parma perché il rapporto con Carlos mi ha consentito di riavvicinarmi moltissimo dopo la delusione che ho avuto quando facevo il dirigente. Mi ero allontanato volutamente, ero rimasto legato soltanto a Giampaolo Dallara. Ora sto ritornando ad avere ancora quelle emozioni che mi hanno accompagnato per tutta la mia carriera di allenatore a Parma, proprio per il rapporto che è nato tra me e Carlos, ma non è un rapporto giornaliero, costante, è un rapporto a distanza che nasce probabilmente da una simpatia a pelle e che sicuramente ha ancora molto da dare. Perché sicuramente io avrei molte cose da imparare da lui, da quello che sta vivendo in questo momento. Anche perché credo una cosa: in questo momento è molto più difficile allenare rispetto a quando allenavamo noi, con tutte le tecnologie che ti stanno massacrando, che ti stanno riempiendo il cervello. Noi eravamo un po' più liberi e quindi più sereni, eravamo più autonomi».

I tifosi ti hanno stretto in un abbraccio fortissimo Cosa vuoi dire ai tifosi del Parma, di questo Parma, in questo momento?
«C'è stata un'ovazione incredibile quando mi hanno salutato e non pensavo mai che a distanza di tanti anni ci fosse ancora questo entusiasmo. E forse, nel nostro periodo, abbiamo anche sottovalutato le cose che abbiamo fatto. E questi momenti con i tifosi li vivo con grande interesse, con grande emozione, e anche con grande passione, proprio perché quando vedi che le cose nascono spontanee, che non sono costruite, che non sono di facciata, senti che ti entrano nell'anima. I tifosi del Parma di adesso secondo me avrebbero bisogno di un periodo come il nostro. Martedì alla festa erano tutti tifosi di una certa età, non ho visto tanti giovani e quindi sarebbe bello se i giovani avessero la possibilità di godere di un Parma che diverte, di un Parma che si allena in mezzo a loro. Ecco questa è forse un'altra delle cose, dei problemi che tutto il mondo del calcio, non solo il Parma, sta vivendo adesso, un mondo chiuso. Noi eravamo in mezzo a loro e consentivamo ai tifosi di venire a vederci in Cittadella o di incontrarci giornalmente fuori dallo stadio. Adesso le società si chiudono, per questo forse non nasce più quella simbiosi che noi avevamo costruito».

Sandro Piovani

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