CONDANNA
Un occhio livido e gonfio. In classe, le maestre l'avevano notato subito. Eppure, inizialmente Charlie (lo chiameremo così) aveva cercato di minimizzare: «Non voglio dirti cosa è successo, altrimenti lo dici alla mamma», aveva risposto titubante quando una delle insegnanti aveva chiesto cosa fosse successo. Poi aveva deciso di aprirsi. Di cominciare a rivelare i primi frammenti di quella verità che forse non riusciva a comprendere fino in fondo. «Va bene, ve lo dico: la mamma mi ha dato un pugno nell'occhio perché non volevo indossare queste scarpe», aveva spiegato quel giorno di ottobre del 2023. Poi, durante la mattinata aveva ritrattato ancora. E anche durante l'incidente probatorio aveva cercato di minimizzare. Ma era riuscito comunque a distillare il suo racconto di dolore parlando di quella mamma che si infuriava spesso per i suoi capricci o la sua vivacità e lo colpiva con la cinta dei pantaloni, le ciabatte o il carica batteria del telefonino. Che, per punizione, lo faceva stare inginocchiato a lungo con le mani alzate. Violenze che lei - 31enne, nigeriana - ha in parte ammesso, anche se sul piccolo sono poi state riscontrate anche alcune cicatrici su entrambe le braccia e una lesione, a livello della scapola sinistra, riconducibile a una morsicatura.
Il pugno. Il morso. Charlie non ne parlerà nell'incidente probatorio, in quel suo racconto spesso faticoso, come spesso avviene con i bambini, ma tutto ciò compare nelle accuse. Imputata di maltrattamenti e lesioni aggravati, la mamma è stata condannata a 1 anno e 6 mesi con rito abbreviato, ottenendo così lo sconto di un terzo della pena. La gup Gabriella Orsi le ha riconosciuto le attenuanti prevalenti sulle aggravanti e la sospensione della pena, a patto che la donna partecipi a un percorso di recupero per l'intera durata della condanna. In attesa di una valutazione in sede civile, la mamma dovrà versare una provvisionale di 2.500 euro al figlio, che si era costituito parte civile con una curatrice speciale.
Una storia di dolore figlia anche di un'altra storia di sofferenza: di una giovane madre, sola, venuta dalla Nigeria con un progetto di protezione internazionale. Nulla che giustifichi ciò che è accaduto e nemmeno la scriminante culturale può essere invocata, come ha precisato il pm Andrea Bianchi, ma «la sentenza ha dato conto dell'elaborazione critica che la mamma ha fatto nel comprendere il valore non educativo di quegli atti verso il figlio», sottolinea il difensore, l'avvocata Monica Moschioni.
Perché non c'era nulla di pedagogico in quegli atteggiamenti. Solo mortificazione. Charlie era smarrito. Pieno di paura. «Non scrivermi la nota, altrimenti la mamma si arrabbia e mi picchia», aveva implorato più di una volta la maestra. Spesso era irrequieto e talvolta anche aggressivo nei confronti dei compagni di classe, atteggiamenti forse dovuti a ciò che era costretto a vivere in casa, secondo le educatrici.
Una madre di cui aveva timore. E che allo stesso tempo voleva tutelare. Una mattina, a scuola, un'insegnante aveva notato un'abrasione sul suo volto. Charlie aveva spiegato di essersi ferito avvicinandosi troppo a un ventilatore e subito dopo aveva detto di non ricordare cosa fosse successo. Ma pochi giorni dopo, avvicinandosi alla maestra, si era liberato del peso: «Ti ricordi quando mi avevi chiesto di quel segno? Me lo aveva fatto la mamma».
Dopo la denuncia, il bambino era stato trasferito in una struttura, poi in una famiglia affidataria, ma a dicembre il Tribunale per i minori lo ha reinserito in famiglia, sotto il monitoraggio dei servizi sociali.
E la mamma? Dice di voler imparare anche cosa significhi essere comprensivi. Dolci.
Georgia Azzali
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