Auto, musica e profumi, addio al sorriso del «Gibo»
Morto all'improvviso. Sapeva vivere con serietà e leggerezza
di Asia Rossi
05 Gennaio 2026, 09:53
Neviano La musica è alta, gli occhiali da sole sono strani, inconfondibili. Un profumo deciso resta nell’aria mentre una jeep di altri tempi corre sulle strade del mondo. Alla guida c’è Gilberto Ghinizzini, uno che amava viaggiare, conoscere, vivere. Viaggiava per lavoro, per passione, con la sua famiglia, spinto da una curiosità inesauribile. Ma aveva un centro preciso, irrinunciabile. Bazzano. «Il paese dove splende il sole», diceva. Il suo punto fermo.
Gilberto è mancato all'improvviso a 56 anni, dopo un recente viaggio in Thailandia. Lo annunciano con dolore la mamma Valeria, la moglie Cristina e le figlie Stella e Mia. La benedizione si terrà oggi alle 11 nella sala del commiato Cof Arduini di Monticelli, seguita dal funerale nella chiesa di Bazzano. Per tutti era «il Gibo». Un uomo che non passava inosservato. «Un vulcano», lo definisce la moglie Cristina Astorri, con cui condivideva la vita e il lavoro nella stessa azienda. Capace di tenere insieme rigore e leggerezza, serietà professionale e gioia di vivere. Venditore nell’area commerciale, era molto stimato: non un semplice professionista, ma qualcuno che sapeva trasformare ogni incontro in relazione. «Diventava un amico». Marito presente, padre profondamente innamorato delle figlie Stella e Mia, 12 e 8 anni, «le sue perle». Quando parlava di loro, racconta Cristina, «gli brillavano gli occhi». Con le bimbe condivideva viaggi, giochi, gare in bicicletta, nuotate, scherzi e insegnamenti. «Ci ha insegnato tanto», dicono. Stella ricorda che, quando camminavano insieme, lui non le stringeva la mano ma le offriva un dito, perché la sua era troppo grande: un gesto semplice, diventato oggi memoria viva. Un padre che voleva far vivere alle figlie il mondo, per arricchirle. Ghinizzini era una presenza che riempiva gli spazi. Amava stare in mezzo alle persone, parlare, ascoltare, accorgersi di chi era in difficoltà. «Bastavano amici e musica, e la festa era già iniziata». La sua casa era aperta a tutti. Aveva amici di ogni età, senza confini. «Non si poteva non conoscerlo», ricorda l’amico Paolo Pattera, colpito dalla sua ospitalità e dalla sua naturale apertura. Legatissimo al paese, donatore di sangue a Traversetolo, Gilberto era profondamente inserito nella vita della comunità. Amava le auto, la musica, i profumi, la convivialità, le persone. Amava la vita, pienamente. Ora quella jeep immaginaria rallenta e arriva a Bazzano. Nel paese che Gilberto aveva nel cuore, quello che sentiva come casa anche dopo aver attraversato il mondo. Qui torneranno oggi le persone che lo hanno amato, gli amici arrivati da ogni parte d’Italia, la famiglia che era il suo centro, le sue bimbe, per cui aveva occhi pieni di futuro. E tornerà anche lui. Nella sua casa dipinta di nero, con una frase di Cesare Pavese incisa sul muro, che oggi suona come una verità definitiva: «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti».