Al-Anon
«All'inizio c'erano quasi esclusivamente mogli e ogni tanto qualche marito. Oggi abbiamo fratelli, sorelle, compagni, compagne, figli. Gli ultimi tre arrivati sono genitori di alcolisti tra i 17 e i 19 anni». E' stata Emilia (tutti i nomi che troverete sono ovviamente di fantasia, ndr.) a portare nel 1980 a Parma l'esperienza di Al-Anon, tra le poche associazioni presenti in quasi tutto il mondo e che accoglie i familiari di bevitori problematici.
Una moglie - «Ero piena di vergogna. L'ho coperto per anni: ci siamo isolati da tutti»
«Mi chiamo Maria e sono moglie di un alcolista». Perché anche qui si parte dalla consapevolezza.
«Ci siamo conosciuti giovanissimi e lui aveva già questo problema - racconta -Provavo molta vergogna e così abbiamo smesso di frequentare gli amici: non si poteva programmare nulla, non sapevo mai in che condizioni sarebbe stato. E non volevo che si sapesse»
. Tanto da sostituirsi a lui molto spesso, coprirlo e proteggerlo. «E nel farlo ho annullato la mia vita. Andavo al lavoro e la mia testa era sempre a immaginare dove potesse essere, cosa avrebbe potuto fare...Io ero molto brava a dirgli di smettere, a giudicarlo e lui si imbestialiva e trovava la scusa per bere».
La svolta è arrivata grazie alla figlia maggiore: doveva festeggiare il decimo compleanno e «Papà, però lavati». Lo ha inchiodato così. Nel frattempo un medico attento gli aveva segnalato gli Alcolisti Anonimi. «Io mi vergognavo talmente che gli ho detto: "Ma sei sicuro? Ti vai a mettere in piazza...”. E quando mi ha raccontato che nella stanza accanto si riunivano le mogli sono andata per capire se era vero». Era 35 anni fa. «Le prime volte ascoltavo e piangevo. Poi ho lasciato entrare la speranza e l'affetto. E in questo cammino parallelo, che ha coinvolto anche le figlie, la nostra famiglia è rinata».
C.C.
Un convivente -«Le chiamate continue per capire se era sobrio»
«Sono in Al-An dal 2014: il bevitore problematico era il mio compagno. E' accaduto dopo 11 anni di convivenza e mai avrei pensato che sarei arrivato a questo punto», racconta Filippo, che ricorda tutti i particolari di quel giorno in cui è arrivato al gruppo. «Non avevo più l'energia per seguire lui, me e il mio lavoro. Ero disperato e sopraffatto dalla vergogna per non aver saputo gestire una situazione che - ora lo so - era più grande di me. Avevamo interrotto qualsiasi tipo di socialità per la paura di come si potesse ridurre in pubblico e perché non volevo più dover risolvere i conflitti che creava dopo aver bevuto». E' stato un vicino di casa quais sconosciuto che un giorno lo ha fermato: «Secondo me hai bisogno di aiuto». E' stato lui ad indirizzarlo.
«All'inizio ascoltavo e basta: avevo paura di essere giudicato sia per l'alcolismo del mio compagno sia per l'omosessualità. E la volta in cui ho preso la parola ho pianto per tre quarti d'ora. A casa mi sentivo molto solo, lui mentiva in continuazione, c'era molta violenza verbale. Quando ero via per lavoro inviavo sms, facevo continue chiamate per capire se era sobrio. Pensavo potesse fare un incidente e l'ha fatto». Pensava anche che potesse perdere il lavoro. Non è successo grazie alla sensibilità del datore. «Tutto quello che ho imparato qui cerco di applicarlo anche altrove: arrabbiarsi meno, essere meno giudicanti, non pretendere di cambiare ciò che non può essere cambiato E sono profondamente grato al gruppo».
C.C.
Una madre «Debiti, liti, incidenti: ogni giorno una nuova»
«Eh sì, quando si parla delle nostre esperienze il magone viene...», prende la parola Sandra. «Nel mio caso l'alcolista era mio figlio: ha iniziato a 33 anni e nel giro di 5 anni aveva scardinato la sua vita e la nostra.
Aggiungendo un disturbo bipolare che lo rendeva pericoloso per gli altri e per se stesso».
Ogni giorno un macigno: debiti, auto sfasciate, problemi di tutti i tipi. «Io non ho saputo affrontare minimamente la situazione. Sono andata a cercare aiuto dal medico di famiglia. Che mi ha risposto: "Per lui non posso fare niente, ma per lei sì"». All'inizio diffidava del potere delle parole: «In una situazione così tragica. avevo bisogno di fatti, ma stavo talmente male che sono sempre tornata alle riunioni. Qui ho trovato una famiglia. E dopo i primi silenzi in cui ho ascoltato, sono stata ascoltata e convinta che la ripartenza doveva iniziare da me. Mio figlio ha smesso di bere quando ha voluto lui, io nel frattempo avevo cominciato il mio cammino, con una filosofia di vita nuova. La salvezza è arrivata quando ho accettato che l'alcolismo è una malattia e che continuando a subire non avrei aiutato nessuno. Ho ripreso il rapporto con mia figlia: per tanti anni non avevo avuto più tempo per lei. E resto nel gruppo anche adesso che mio figlio non c'è più: è anche così che sono riuscita ad accettare questo distacco».
C.C.
Un padre - "Tracciavo mio figlio: lo cercavo nei bar di notte"
«Noi non ce n'eravamo accorti: a casa nostro figlio non beveva mai vino. Ma quando andavamo al ristorante, puntualmente si assentava per andare in bagno e tornava ridendo e dicendo cose sconclusionate». La destinazione non era la toilette ma il bancone del bar. «Da quella scoperta, col "trova amici" del cellulare controllavo dove fosse e se ci fosse un bar nelle vicinanze, lo seguivo, andavo a cercarlo nei locali anche di notte - confida Pietro -. Quando un giorno gli hanno ritirato la patente per guida in stato di ebbrezza abbiamo capito che la questione era seria».
Seria ma fortunatamente gestita subito da un medico di famiglia in gamba. «Mio figlio, che aveva 25 anni, ha iniziato il suo percorso. All'inizio beveva ancora: ricordo una litigata furibonda in strada, da vergognarsi. Pensavo che l'alcolismo fosse un vizio e non una malattia e tante volte l'ho insultato». Una sera, però, è stato proprio lui a proporgli il gruppo per i familiari. «Ho accettato per farlo contento e sono sei anni che lo frequento. Mi aveva colpito che mi dicessero: “Qui quando qualcuno parla nessuno interrompe, puoi prendere quel che ti serve anche senza raccontare. Ma torna”»- «Io sono arrivato a ringraziare il problema dell'alcolismo: ora mio figlio ha una vita serena, io l'ho conosciuto meglio e la prospettiva diversa per relazionarmi con me stesso e con gli altri mi aiuta in tutti i campi. Ciò che ho imparato qui ho cercato di trasmetterl ai suoi fratelli e anche loro hanno cercato di capirlo e hanno apprezzato i miglioramenti».
C.C.
Per contatti: www.al-anon.it
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